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La stagione dell’ira - Capitolo 17

Capitolo Diciassettesimo

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Ci sono momenti in cui, qualsiasi
l’atteggiamento del corpo,
l’anima è in ginocchio.

VICTOR  HUGO

In attesa del dibattimento, Luigi Filosa esaminava meticolosamente gli atti (duemila fogli) e fremeva dalla voglia di rendere finalmente pubblica la sua verità. Si diceva certo che avrebbero dovuto scarcerarci da tempo ma, trattandosi di addebiti di natura eminentemente politica, saremmo stati condannati. Un periodico locale illustrò le ragioni che stavano alla base del dibattimento che sarebbe presto iniziato ma non si schierò a favore, nemmeno contro, gli ottantotto presunti eversori che si apprestavano a sfilare, fieri e impettiti, a cospetto dei giudici soldati.
Un altro foglio ci qualificò pettoruti e volgari delinquenti! Tutto volgeva al peggio. Anche il capo delle Guardie ai labari, Pignatelli di Cerchiara, era continuamente tirato in ballo per rapporti con il nemico.

I raggi del sole inondarono il torpedone e gli uomini di scorta superarono velocemente la breve distanza che separa il Forte San Giovanni dal Tribunale. Disposero… I detenuti scendano disciplinatamente! Il mezzo tornò al Forte onde prelevare quanti in attesa. Ci serrarono in una gabbia alla sinistra del quadrilatero difensivo, a destra del lungo tavolo semicircolare dei giudici.
Dal nostro osservatorio privilegiato, avremmo assistito per molte settimane alla rappresentazione che iniziava in sordina.
Roberto Ciuni in L'ITALIA DI BADOGLIO scrive…
Cinque febbraio 1945. Chiusi in un gabbione metallico, in un’aula gelida, i carabinieri stiparono decine di giovani ammanettati e legati l’un l’altro con robuste catene. Erano carcerati dall'aprile dell’anno precedente. Altri undici imputati a piede libero sedettero sulle panche collocate fuori dalla gabbia. Dei cosiddetti ottantotto, 52 erano giovani dai 16 ai 21 anni. Una folla di parenti assistette alle trentotto udienze del dibattimento. Presiedeva il generale De Bonis; Pubblica Accusa il colonnello Oreste Trotta che, in quel momento, sembrava nulla sapesse dei suoi tre figli ufficiali che militavano nell'Esercito mussoliniano.

Entra il Tribunale. Annunciò un soldato. Sull'attenti! Il Generale-Presidente - seguito da cinque giudici in grigioverde - sedette e, appena dopo, invitò il pubblico a star tranquillo e silenzioso, altrimenti avrebbe fatto sgombrare l’aula. Il dibattimento entrò nel vivo quando uno dei difensori chiese di sapere… per quale ragione i minorenni, considerati non responsabili dagli scrupolosi inquirenti inglesi, erano finiti di fronte a un Tribunale straordinario di guerra? Per quali motivi Valerio Pignatelli - presunto capo delle Guardie ai Labari - non si trovava in aula per rispondere delle accuse a suo carico? Perché non si trovava tra i suoi gregari? Che fine aveva fatto la primula? L'amico e compagno d’armi colonnello Guarino dov'era? Dopo essersi soffermato su non meglio precisate personali responsabilità e scrupoli, il Procuratore giudicò la posizione di Pignatelli avulsa da qualsiasi collegamento con gli altri indiziati. Il principe? Verrà la sua ora e sarà presto in quest’aula. Per il momento, si trova sotto il ferreo controllo degli inquirenti alleati.
I difensori incalzarono… Non è possibile procedere contro gli imputati senza che il loro presunto capo sia insieme a tutti gli altri. È necessario far slittare il processo al giorno in cui si potrà contare sulla sua assidua presenza in loco. L'accusa si rimise alle conclusioni del Collegio e ci augurammo, se il dibattito fosse slittato, di tornare subito in libertà. Illusione dei più.
Il processo, con tempi ed esiti decisi altrove, avrebbe avuto corso nonostante le assenze di Pignatelli e Guarino.
Contro i minorenni - precisò il Generale-Presidente si era obbligati a procedere essendo le disposizioni restrittive decise dagli inglesi nei loro confronti, delle semplici sanzioni di polizia. Il pubblico non condivise la decisione e rumoreggiò. Il Generale fece sgombrare l'aula.
Seguì lo scambio di accuse tra i difensori e colonnello Trotta mentre le richieste avanzate dai difensori furono respinte. Il clima s'arroventava.
Tra loro, Caio Fiore Melacrinis del foro di Nicastro, difensore del figlio Leonello e altri minorenni appartenuti alle effervescenti pattuglie di Lametia e di Sambiase accusati d'avere fatto saltare con la dinamite gli ingressi di due note tipografie cittadine.
A giudizio dei carabinieri…
"Dopo l’armistizio ebbero inizio manifestazioni di protesta promosse da elementi contrari al nuovo status politico. Nella notte tra il 27 e il 28 ottobre 1943, si registrarono lanci di bombe a mano e scoppi di tubi di gelatina oltre la contemporanea diffusione di manifestini di propaganda. Verso le ore venti del 28 novembre, elementi sconosciuti fecero esplodere potenti ordigni contro gli ingressi delle tipografie Nucci e Mancuso che stampavano i periodici Era Nuova e Nuova Calabria contrari al passato regime. Inoltre, il primo del mese di dicembre 1943, in Nicastro, fu lanciata una bomba a mano contro la casa dell’ingegner Marcello Nicotera, oppositore del regime. Quattro giorni dopo un altro ordigno esplodeva contro la caserma dei Carabinieri di Sambiase. Le indagini si orientarono verso soggetti dell’ex partito unico ritenendosi che gli attentati rivestissero carattere di protesta violenta verso gli esponenti delle rinate organizzazioni democratiche. Furono operati fermi e perquisizioni che portarono al rinvenimento, in una villa dell’avvocato Melacrinis, di una bomba a mano, due per mortaio, un moschetto, quattro caricatori per fucile mitragliatore, una baionetta, alcune forme di gelatina e sette razzi illuminanti. Si procedette all'arresto del figlio dell’avvocato Melacrinis - Leonello - e di altri suoi amici, alcuni dei quali confessarono d'essere gli autori dei reati. Uno dei fermati - lo studente Di Cello - sostenne che dal giorno in cui erano nate le nuove formazioni politiche, aveva sentito per loro incontenibile avversione. Altri arrestati confermarono la stessa cosa: avevano scelto quella forma di protesta per reagire al nuovo clima politico."
Denunciati alle autorità alleate, furono trasferiti al Centro Rieducazioni minori di Catanzaro.
Si trattava di Renda Giovanni, Dodaro Luigi, Fiore Melacrinis Napoleone, Caruso Felice, Bernardi Antonio, Magistri Ernesto, Di Cello Francesco e Vittorio Mannucci. Altri giovanissimi furono trasferiti a Napoli e chiusi nella Fortezza di Sant’Elmo. I loro nomi: Basilio Caparello, Vincenzo Barberio, Domenico Lento, Mario Cerra, Francesco Colella, Ugo Bellezza. Anche Pignatelli si trovava a Sant'Elmo. Gli ottantotto incriminati dovevano rispondere di… attentato alla Costituzione, istigazione allo scopo di delinquere contro lo Stato, attentati ad impianti pubblici e cospirazione politica.'
Nell'abitazione di Carmela Bisurgi, in Sambiase, rinvennero quattordici tubi di gelatina, sei pacchi di balistite e uno di polvere nera, undici metri di miccia, tre mine, undici bombe a mano. La Bisurgi ammise che suo cognato, Giovanni Sergi (che si trovava in carcere con noi) aveva depositato il materiale bellico in casa sua. Segue un altro episodio da ricordare…
A lanciare una bomba a mano contro la caserma dei carabinieri di Sambiase fu il giovane Giuseppe Del Re condannato a cinque anni di reclusione ed all'ammenda di cinquantamila lire. Dopo aver letto la sentenza, il generale americano che fungeva da presidente, d'accordo con i magistrati presenti (tra i quali alcuni italiani) rientrarono in Camera di Consiglio per apportare una modifica alla sentenza. Fu così che Giuseppe Del Re, in considerazione della minore età e della buona condotta e per essere uno studente appartenente a rispettabile famiglia, fu condannato a tre mesi di carcere e quattro anni e nove mesi di condizionale. Oltre a cinquantamila lire da versare in tempi e modi fissati dal Tribunale 'altrimenti l’imputato dovrà scontare altri dodici mesi.
Del periodo ricordato esiste la testimonianza autorevole di Leonello Fiore Melacrinis illustrata nel Convegno sul Meridione d'Italia occupato dagli Alleati. Svoltosi in seguito nella città di Napoli. Eccola…
“La stampa e la storia ufficiale riferiscono della festosa accoglienza da parte delle popolazioni alle truppe straniere e nemiche. Nei miei ricordi, nella mia città, soltanto uno sparuto gruppo di antifascisti andò incontro alle truppe alleate. Non registrammo manifestazioni di benvenuto perché, tranne il citato episodio, non vi furono gioiose accoglienze. A Nicastro si insediò, nel Municipio, un ufficiale alleato con incarico di Comandante militare della zona. Prese possesso, insieme ad altri soldati, per soggiornarvi, della nostra casa di campagna. Per oltre un mese, molte colonne di automezzi alleati attraversarono il territorio di Nicastro, a volte sostando durante la notte in città e ripartire la mattina seguente. La strada preferita dagli Alleati era quella litoranea, ovvero la statale 18, che - attraverso Sambiase e Gizzeria, per Vallo della Lucania, portava a Salerno. Una delle prime colonne che seguiva le indicazioni dei cartelli stradali, deviò e si ritrovò - per essere stati fatti saltare alcuni ponti in una strada senza sbocco - in un grande ingorgo. L'avanzata riprese con ritardo. Il fatto seguiva lo scherzo innocente di alcuni giovani che avevano spostato, confondendoli, i cartelli direzionali. Dopo questo episodio, agli incroci delle strade furono comandati i carabinieri per evitare che si riproponesse il boicottaggio. In più occasioni gli automezzi alleati in sosta furono danneggiati. Pneumatici forati, antenne radio, tergicristalli divelti, terra e acqua nei serbatoi di benzina e altre facezie del genere. Da aggiungere: nella nostra zona molte persone che conservavano integri valori morali e ideali patriottici mal sopportavano l’attività frenetica delle emergenti formazioni politiche; non condividendo il servilismo e l'arrivismo di numerosi conosciuti personaggi. I giovani si organizzarono in gruppi, alcuni persino autonomi, collegati con le formazioni di altre località, ed espressero in modi diversi il loro dissenso. Sorsero aggregazioni a Catanzaro, Nicastro, Sambiase, Cerva, Crotone, Soverato, Cosenza e si ebbero episodi divulgativi di manifesti inneggianti al recente status politico e rivolta contro l’invasore. Si distrussero le ordinanze affisse dagli Alleati con cui si impartivano alle popolazioni indirizzi comportamentali da seguire. Durante un'incursione notturna nelle scuole superiori di Nicastro, furono distrutti i quadri con le sembianze dell’ultimo re sabaudo fuggiasco e si registrarono attentati dinamitardi e incendiari contro due tipografie e sedi di partiti. Alcune sezioni del Partito Comunista furono distrutte o danneggiate. Seguirono intimidazioni contro alcuni esponenti politici. Si tentò d'interrompere la strada litoranea che porta a Salerno - arteria primaria per i rifornimenti al fronte - minando un ponte. Il sabotaggio, per un difetto di accensione, non andò a buon fine. Ci furono, in seguito, altri episodi attraverso i quali s'intendeva manifestare ferma opposizione alla situazione venutasi a creare nelle zone occupate.”

L’armistizio, firmato il 29 settembre del 1943 dal generale Badoglio, Eisenhower ed Alexander, affidava agli occupanti... il controllo sugli uffici governativi e sugli Enti Locali; assicurava la collaborazione degli italiani nella fase d'insediamento del Governo Militare nel territorio sottratto ai tedeschi. Si cedeva agli Alleati il monopolio di tutte le fonti d'informazione e si consegnavano gli impianti delle aziende radiofoniche nonché i circuiti postali, telefonici, telegrafici e tutti gli altri mezzi di comunicazione. Seguivano le clausole economiche e finanziarie che sancivano il trasferimento del controllo incondizionato delle risorse naturali e degli impianti industriali; delle centrali idro-elettriche e termiche, del materiale ferroviario e di tutte le attrezzature per la navigazione. Si concedeva inoltre agli Alleati il diritto di confiscare le proprietà rurali, gli edifici e i mezzi di trasporto nonché le proprietà private e quelle pubbliche. Si assumevano i poteri per la distribuzione e l’uso delle risorse del territorio, della Banca d’Italia e di tutti gli altri Istituti finanziari. L’Italia, in altri termini, era caduta quasi in schiavitù: nonostante le promesse di un graduale miglioramento delle condizioni di paese vinto, rapportato ai servizi di cui avrebbero beneficiato gli occupanti.
Tutto ciò senza tener conto dell'esistenza del messaggio che il 29 luglio 1943 Eisenhower aveva inviato al popolo italiano rallegrandosi con esso e con Casa Savoia per essersi staccati dal dittatore e promettendo la pace sulla base di condizioni onorevoli se fossero cessate le resistenze alle forze alleate e restituiti sani e salvi i prigionieri in mani italiane.

Apprendemmo che Pignatelli, in trasferimento dal campo di concentramento di Padula in Lucania, avrebbe presto raggiunto il carcere di San Giovanni a Catanzaro.

Giunse il momento di allargare lo sguardo alla sala del Tribunale. Tra le altre cose, c’erano i filarini da interpretare. Molti erano i giovani presunti eversori che potevano contare sulla presenza in aula delle loro innamorate. Eloquenti i loro sguardi (Shakespeare assicura che l’amore nasce vive e muore negli occhi) sebbene la figura del cancelliere, quasi disteso sul tavolo ad imbrattar carte, sembrava voler suggerire che non ci trovavamo in quel luogo, sacro alla verità ed alla Giustizia, per amoreggiare, bensì per render conto dei delitti perpetrati contro di essa.
Dopo la lettura delle premesse furono interrogati i tre agenti del Contro Spionaggio Italiano incriminati.
In attesa d'apprendere della loro (benigna) sorte, meglio proseguire nella nostra ricognizione: Sulla parete, il Crocefisso tra le immagini dei due regnanti. Presso il tavolo dei giudici, il banco del Procuratore generale e il gabbione degli imputati. Al centro, i difensori e i tavoli con sopra borse professionali, giornali, cappelli, ombrelli e, ovviamente, codici. Molti giornalisti, un caricaturista. Tra i difensori, spettatore interessato, Falcone Lucifero, Ministro della Reale Casa. Il Questore, il rappresentante del Vescovo e gli uomini dell'Arma con i moschetti in spalla. Il soffitto ornato da arabeschi, fasci littorio e scudi sabaudi in quantità. In un angolo, una stufa di terracotta, spenta. In piedi, presso il Procuratore, il maresciallo dell'Arma Domenico Putortì.
In quest'aula, attraverso il fuoco di fila dei giudici e l'opera dei difensori, batteva il gran cuore della giovinezza in catene.
Simpatico il Presidente sorrideva e rispondeva con cortesia. Il Collegio giudicante: il Generale De Bonis e i Colonnelli Tampieri e Barberi: Capitano Ferrario e maggiore Cefaly. Relatore: capitano Piano; cancelliere capitano Cascio. Procuratore del Regno: il colonnello Trotta i cui tre figli, ufficiali, servivano in armi la Repubblica del Nord. Considerai delicata la posizione del Procuratore e mi chiesi: chi nuotava in acque peggiori, noi oppure lui? Per molti aspetti lui, il freddo rappresentante dell'ultimo dei Savoia.
Quei giovani che narravano con tanta disinvoltura cose molto serie e rievocavano senza batter ciglio azioni a dir poco temerarie, sembravano essere simpatici ai magistrati. I giudici hanno, o dovrebbero sempre avere, tutte le esperienze del mondo.
Il Generale presidente mostrava sulla fronte e agli angoli della bocca le pieghe amare della vita. Poggiato alla spalliera della fine poltrona in pelle, sorrideva ai Pupello, ai Magistri, ai Vasta, ai De Martino, adolescenti dal volto nobile e fiero; aperti alla vita, alla speranza, alla lealtà. Da condannare, ovviamente.

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