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La stagione dell’ira - Capitolo 15

Capitolo Quindicesimo

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Coloro che penetrano
sotto la superficie, lo fanno
a proprio rischio e pericolo.

OSCAR  WILDE

Tu Calabria hai dato il nome all’Italia. Ti chiamavi Italia e, quando Italia fu il tutto, tu - parte generosa del tutto - fosti Calabria.
I vincitori d’Italia, da Annibale a Napoleone Bonaparte, da noi dovettero combattere. Massena, principe d'Essling e Maresciallo di Francia, qui logorò la sua armata. I Verdier e i Lacour che avevano soggiogato l'intera Europa non furono in grado di domare i briganti che non avevano frequentato alcuna alta scuola di guerra. Nel tornare da te - ammanettato e con scorta d'onore armata - avverto che uno straordinario spirito aleggia nel ricordo dei tuoi rudi masnadieri. Nel salutare te, saluto loro e gli altri che non accesero le luminarie per porgere il loro benvenuto agli stranieri che venivano a bivaccare nelle tue stupende contrade.

Le onde spumeggianti si frangono sugli scogli mentre una vela scivola all'orizzonte. Domani incontrerà il sole. S'innalza, compare e ricompare il fragile legno sulla minacciosa immensità delle acque. O vela candida come il velo da sposa di mia madre, vai pure libera sull'onda, porta alla città di Napoli che tanto pena il saluto di Tommaso Campanella (che si propose di edificare la Città del Sole su un colle ameno della sua terra), Bernardino Telesio, Galeazzo di Tarsia, Mattia Preti e Corrado Alvaro, Francesco da Paola, Gioacchino da Fiore ed altri, tanti. Porta ovunque il ricordo delle loro opere dal respiro universale insieme all'eco delle canzoni nate tra querceti, uliveti e abeti svettanti nei cieli del Reventino, delle Serre, delle Sile, dell'Aspromonte, del solenne Pollino. Narra dappertutto la linfa dei campi e il granito delle tue montagne, dei laghi che custodiscono le acque perenni che, già raccolte, scendono a valle per donare forza e speranza di vita alla zolla riarsa.
Porta a Napoli il nostro saluto, senza rancore!

La pioggia cessò di cadere: non più grandine, né vento. Soltanto luce e profumo dei campi. Eravamo impataccati, polsi doloranti e pesti per la stretta impietosa dei ferri di campagna durata una notte senza fine. Alcuni conoscenti ci scorsero durante la sosta a Paola, ma rimasero indifferenti. Nulla era dunque cambiato?
Scoccavano le nove quando giungemmo a Sant'Eufemia. Non guasterà, voglio sperare, riproporre il giudizio di George A. Jakobi - espresso durante il suo Viaggio a piedi allorché rimase positivamente impressionato dal lussureggiante aspetto della Piana... Meno guidata dalla mano dell’uomo di quanto non avvenga nelle terre campane, la natura ha qui dispiegato le sue forze per riempire e ornare ogni zolla a lei affidata. Ogni pianta cresce rigogliosa mentre il seminato ondeggia nei campi e più forti sono i profumi dei prati. L’ulivo non innestato si erge agile e snello nel cielo piegando al suolo i rami maggiormente carichi e fa risaltare, con il suo verde discreto, la freschezza gioiosa delle foglie del castagno e delle more. Nei mille giardini, i fichi somigliano a querce e la loro ombra fitta si alterna al colore dei mandorli e alle verdi macchie degli aranci pieni di fiori balsamici e frutti maturi. In mezzo ai cespugli allieta l’occhio il fiore purpureo del melograno. Vi fermate, infine, pieni di stupore, davanti all'alto fusto del fiore dell’aloe. Ciò che in questa regione passa per brughiera secca è in realtà una selva di mirti, rosmarino e timo profumato.

Un gruppo di persone, in maggioranza familiari dei giovani di Sambiase e di Nicastro, attendevano.
I vagoni, staccati dal convoglio principale, proseguirono per Catanzaro. Varrà riprendere - gli occhi altrui spesso riescono a cogliere aspetti che sfuggono a più - il giudizio di George Gissing, scrittore innamorato della Magna Grecia, esponente della corrente realistica che, alla fine dell'800, rompendo gli schemi del convenzionalismo vittoriano, impresse alla narrativa rinnovato fervore. Nel suo 'Viaggio sulla riva dello Jonio' descrive l'arrivo a Catanzaro… Per quasi un'ora il treno sale lentamente. Le vetture sono di costruzione particolare, leggere e con numerosi finestrini, tanto da offrire ampie vedute del paesaggio. Era bella questa valle in salita, riccamente alberata. Aranci, lentischi e ulivi, carrubi e mirti alternati ai fichi d'india il cui frutto, un fico giallo-rosa pungente, era stato appena colto. Agavi dalle lunghe foglie a spada. La luce del tramonto indugiava sulle alture mentre il crepuscolo dorato scoloriva nell'ombra discreta. La valle si restrinse e divenne gola fra contrafforti che si riavvicinavano e sembravano sbarrarci il cammino. Il treno si fermò e i passeggeri scesero.

Con noi viaggiavano i tre agenti del Contro Spionaggio incriminati, senza ferri di campagna ai polsi.

Il carcere di San Giovanni - già Forte Santa Teresa- si trovava in centro. I gruppi di Crotone, Sambiase e Cosenza furono sistemati in uno stanzone della Sezione loggiato, primo piano. Appena dopo, non attesa, giunse notizia che il Procuratore generale colonnello Oreste Trotta, aveva già avviato le scarcerazioni. Da non credere. Gaetano Noce, chiamato per primo, ottenne la libertà della quale avrebbero beneficiato in venticinque. Al termine della straordinaria conta, del nostro gruppo rimanemmo in sei: Perfetti, Scola Arturo, Pastore, Bruni, Miccichè e chi scrive. Procedemmo alla sistemazione delle nostre cose e, appena dopo, ci immergemmo in discussioni con un solo argomento: l'improbabile liberazione di quanti erano rimasti in carcere.

A quattro metri dalla grata, c'era una finestra priva di sbarre: l'abitazione del Comandante. Emilio-Lupo, trionfante, annunziò d'avere intravisto il volto d'una bella dirimpettaia e di sentirsi un trovatore...

Sette paia di scarpe ho consumato,
sette lunghi anni nel fatale andare…

Sette anni di fatale andare, per Emilio e gli altri rimasti, potevano diventare sette anni di fatal rimanere. Intanto la giovane dirimpettaia sarebbe andata sposa. Avremmo deciso a chi affidare il compito di informarla che i pannolini del suo primo nato erano già rasciugati al sole. Incarico da assegnare, senza meno, a Ben che - di bimbi, culle e dolci nenie - mostrava avere romantica competenza.

L’area del San Giovanni ha una storia millenaria che coincide con la vita stessa della città. Il primo fabbricato fu Castello Normanno nei secoli demolito e ricostruito più volte. Trasformato in ricovero per ammalati, convento, caserma e infine carcere. Nel marzo del 1823 ospitò il processo ai martiri risorgimentali catanzaresi. Monaco, de Jessi e Pascali. Vi fu rinchiuso il brigante Giuseppe Musolino e rimase casa di pena fino al 1971, anno in cui crollò parte del muro perimetrale causando la morte di alcuni passanti.

Aquila nera, messo claudicante del Palazzaccio, ci notificò la nuova rubrica accusatoria.
“C’è l’associazione per delinquere?”
“È stata tolta, resta la sovversiva.”
“Ci processeranno in primavera.”

L’atteso fuori con tutta la roba non tardò ad arrivare e i cancelli si spalancarono per i venticinque pericolosi eversori. Presunti, come dimostravano le scarcerazioni. Ci consegnarono i tavoloni, due a cranio e li sistemammo sui cavalletti; battemmo i pagliericci polverosi presso la finestra con le imposte spalancate. Il soffitto, in pannelli sorretti da travi, era raggiungibile con una scala. Ovvio. In mancanza di scale, con una piramide umana in tutto simile a quella che erigevamo nel corso delle adunate settimanali giovanili e, da soldati, durante le frequenti esercitazioni. Quando arrivavamo in un nuovo carcere ci si arrovellava per capire se esistevano possibilità di fuga. Nel San Giovanni, avremmo potuto rimuovere un pannello del soffitto e, dopo aver armeggiato e trasferirci nel sottotetto dell'adiacente chiesa. Un proposito folle? Chissà. Ne avremmo discusso. Gli avvenimenti che incalzavano ci suggerirono di attendere pazientemente gli eventi senza fantasticare troppo.

“Prepariamo un giornale?”
“Il cospiratore?”
“Creeremo un Comitato di redazione allargato.”
“Servirà molta carta e matite. Non copiative.”
“E latte da spandere su scritti e vignette onde preservarli dall'inesorabile trascorrere del tempo.”
“Perché non un presepe? Le festività sono in arrivo.”
“Cola appronterà i pastori. Bruni cosa ne pensi tu?”
“Cola pensa e ponza che occorrerà pane. Chi è disposto a cederlo con questi chiari di luna?”
“Intanto informaci come farai a tenere dritti i tuoi pupi.”
“Li doterò di una vertebra usando fiammiferi. Per i vestiti servirà carta tenuta a bagno in acqua e farina.”
Giornale e presepe, motivi apprezzabili, ma fiacchi, in attesa che qualcuno o qualcosa scuotesse energicamente lo svegliarino.
Fu la malattia dell'anima, la noia, ad imporsi. Tornai a rivolgermi all'amico Charles.
Il tedio…
[i]Pregni gli occhi di un suo pigro rovello,
egli sogna patiboli fumando il narghilè.
Tu questo molle mostro conosci al par di me
o ipocrita lettore, mio simile, fratello.

Il cancello della stanza si aprì ed entrò Luigi Filosa. Lo festeggiammo e informammo delle scarcerazioni. Sapeva già. Confidò: lo avevano trattenuto a Napoli per errore. Avrebbe dovuto rispondere al Tribunale competente per territorio. Aggiunse: Saremo sicuramente condannati.
I processi politici sono da valutare nella loro cornice di luogo e tempo, in relazione allo stato di civiltà giuridica in cui sono celebrati.
Ci presentò Mariano Pampana, originario di Cesano di Roma, giunto legato alla stessa catena perché accusato d'avere avuto contatti sospetti con i presunti eversori di Sambiase e Nicastro, ove svolgeva il servizio militare durante i noti avvenimenti.

Era un'avventura farci visita. Anche per brevi distanze erano tante le difficoltà da superare. Minori in ogni caso di quelle per raggiungerci a Poggioreale, Napoli.

Ero intento a leggere i manoscritti, quando Cola Bruni si avvicinò con intenzione di sfottermi.
“Scrivi? Quando la smetterai?”
“Portati da Arturo Scola che ti risponderà per le rime.”
“Oggi è venuta sua figlia a trovarlo. E' su di giri.”
“Regalagli un buon sigaro e lo sarà maggiormente.”
“I sigari non gli sono mai mancati. Ieri ha ricevuto in dono una bella pipa di radica di Guardavalle. Conosci le ultime novità? Sarà un generale in arrivo da Roma a presiedere il Tribunale straordinario che ci giudicherà.”
“Allora siamo sistemati!”
“Come fai ad affermarlo con tanta convinzione?”
“Perché scomodare un generale capitolino?”

Cadde la neve. Ci trattenevamo presso la finestra con le imposte spalancate per osservare i fiocchi di bianco cotone - fragili effimeri diversi per forma grandezza e trasparenza - planare nel cortile sottostante.
La neve cade lenta, silenziosa e lieve
sul pianto umano. Dolce, pian piano,
nel cheto vortice scende…

Ero rimasto senza carta per scrivere e Giuseppe Scola (Peppino) mi fece dono d'un quaderno di trenta pagine, già autorizzato dalla Direzione. I rapporti tra noi, dall'inizio alla fine della lunga frequentazione, furono improntati a solidarietà e rispetto. Alla faccia di quanti sono convinti che le relazioni tra soggetti costretti a vivere a lungo sotto lo stesso tetto finiscono per deteriorarsi.

Cola mise mano ai pastori potendo disporre di carta pane farina e fiammiferi. Ogni cosa offerta dal maresciallo Polito. Gli suggerimmo soluzioni migliorative per il presepe, ma non mancarono le critiche. Al suo posto, avrei buttato per aria mollica, farina, bue e asinello, pecore pozzo e pezze, stella e stalla, asini polli e campanile. Cola, mite e paziente, non smise un solo istante di accudire al presepe cercando nei pupi un'improbabile perfezione. Nacquero i suoi pastori con intenzione di rappresentare, in ciascuno di essi, soggetti sconosciuti. In realtà, fu agevole riconoscervi le figure dei nostri carcerieri.
Caro Cola, il tuo impegno era strettamente legato alla tua psiche. Avremmo potuto definirla psicosi della buiosa.
Alcuni amici non avevano ancora compreso, forse dimentichi del dramma che ci coinvolgeva quanti eravamo. Ti negavano la mollica? Loro, gli eversori. In compenso ti sei preso gran soddisfazione: la sera della Vigilia li hai visti, al tuo fianco, nessuno escluso, silenziosi e assorti a cospetto del presepe da te messo su con poca farina e poca carta, paglia e stracci in quantità.

Un borgo come tanti nella mia terra ove, nel mese di gennaio, ricorrendo il giorno dell'Epifania, è addirittura possibile incontrare i re Magi mentre si recano, le braccia colme di doni, ad onorare l’ultimo nato nel contado assurto al gran privilegio di rappresentare il Bambinello.
Ad impersonare Giuseppe il falegname era stato designato, ancora una volta, Atalesio dei Gironda che si attardava spesso ad illustrare, ovunque si trovasse, le ragioni dell'ennesima riconferma nell'ambito ruolo. Aveva intanto tracannato un quarto di novello. Per la carica, giurava, due bicchieri di buon vino erano quel che ci voleva. I suoi occhi cercavano la madre del Bambinello la cui scelta era stata insolitamente contrastata. In molti, infatti, avrebbero gradito che, a rappresentare la Vergine, fosse una delle figlie di Rocco Insalaco, detto Capotosta per la sua nota testardaggine.
Altri si schierarono per la Sammarco e, in alternativa, peraltro remota, per Carmelina Cantoni. E via ovunque a discutere di priorità e diritti maturati a sostegno di questa o dell'altra candidatura. L'ebbero vinta quanti riuscirono ad assicurarsi la verve e la determinazione dei tanti studenti già arrivati dalla città per supportare, come sempre in passato, le loro scelte. Per non scontentare alcuno, essendo la decisione caduta su Annarella Insalaco, si decise che, a impersonare i re Magi, fossero gli anziani designati dalle contrade. Una stretta di mano suggellò la travagliata intesa. Le giovani escluse rimasero a bocca asciutta.
Pianse persino la Cantoni sicura, fin lì, che, fra le tante e agguerrite concorrenti, sarebbe stata la prescelta, senza mortificanti confronti. Corse a sfogarsi con le comari della ruga per l'ingiustizia patita. Era lei, giurava, la sola a possedere le doti richieste dal Comitato degli anziani; l'unica a aver curato il viso con acqua di crusca lasciata decantare durante più notti di luna piena.
Nessuno osò disertare Piazza Grande ove, sin dal mattino, arse il fuoco alimentato da ceppi di quercia. I bambini sciamarono, con sulle spalle grandi ali di cartapesta infarinate, mentre Annarella si dedicò con impegno alla recitazione. Infine, stanca ma soddisfatta, sedette su un tronco asciutto accanto al fuoco.
Il Bambinello seguitò a sbadigliare fin quando la madre, quella vera, giunse ad appiccicargli sulle guance le mammelle rigonfie.

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