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La stagione dell’ira - Capitolo 14

Capitolo Quattordicesimo

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Mi piaceresti, o Notte, senza
quelle stelle, poiché io cerco
Il Vuoto, il Buio e il Nudo.

BAUDELAIRE

Nel gruppo di briganti ai quali s'addice questo appellativo, va aggiunto Francesco Demichelis.
Il 26 settembre 1902, mentre Giuseppe Musolino iniziava a scontare l’ergastolo nel penitenziario di Porto Azzurro, il biondin Demichelis entrava a pieno titolo nelle nutrite schiere del banditismo nazionale. Durante la notte, a Ferrera Erbognone, provincia di Pavia, era stato assassinato un carabiniere della Stazione di Sannazzaro de' Burgondi e colpita a morte una guardia campestre. Lo scontro era avvenuto sulla massicciata della tratta ferroviaria Alessandria Mortara. La caccia agli assassini durò poche settimane.
Veterano della macchia è invece Tiburzi, maremmano, autore di sette omicidi. Latitante per ventiquattro anni, fu stanato e ucciso. Correva l’anno 1896.
Molti fuorilegge agirono in Sardegna e in Campania. Seminarono morte e terrore in Lucania le bande di Bovalino e Morra, ma la regione in cui i malviventi spadroneggiarono fu la Sicilia. Tra Caltanissetta e Palermo era attivo Francesco Assalona; deluso dalla pena, a suo parere mite alla quale erano stati condannati gli assassini del fratello. Freddò un testimone e si diede alla macchia. Maggiore notorietà spetta al Musolino non ostante il breve periodo trascorso in latitanza, dal 1899 al 1901. A renderlo famoso, non era tanto la ferocia con la quale aveva infierito sulle vittime, ma la somma di significati che ne accompagnavano la latitanza. Il brigante era assurto a simbolo di giustizia imperfetta e meridionalismo tradito. Un tentato omicidio senza prove gli aveva procurato una condanna a ventuno anni. Musolino, soprannominato Peddicchia (ovvero pellaccia) nato a Santo Stefano d'Aspromonte nel 1876, era destinato a diventare falegname o boscaiolo. Aveva vent'anni quando ebbe inizio la sua storia. Il comportamento abituale - ingiurie minacce e lesioni - che gli aveva procurato lievi condanne, riconduce ad un movente: la pretesa d'impalmare una compaesana nonostante il rifiuto della famiglia della donna. Il Tribunale di Reggio Calabria, nel settembre 1898, lo condannò per mancato omicidio nella persona d'un componente la famiglia Zoccali. Il crimine era indiziario e Filastò, uno dei suoi complici, risultava essere il maggiore indiziato. La condanna fu comminata a Musolino che si professò sempre innocente dei reati per i quali era stato condannato e mai cambiò atteggiamento. Si dichiarò responsabile, di contro, dei delitti commessi in seguito. In occasione della prima condanna, pronunciò frasi minacciose contro i componenti la famiglia Zoccali e contro i testimoni che qualificò vili e infami. Mantenne le promesse coinvolgendo, negli anni che seguirono, i confidenti che riteneva lo avessero danneggiato. Nel febbraio 1899 evase dal carcere di Gerace, cittadina ionica, dopo aver praticato un foro sotto la finestra della cella. Insieme a lui scapparono i complici. Filastò, Saraceno e Surace. Una drammatica evasione, scrisse la Gazzetta di Messina e delle Calabrie. Da quel momento e fino al giorno dell'arresto, avvenuto in circostanze fortunose (nell'ottobre del 1901 inciampò in un fil di ferro nelle campagne d'Acqualagna d'Urbino) commise sette omicidi, quattro mancati omicidi e lesioni varie. Infine, latitante in Aspromonte, non sopportando oltre le fatiche della vita in montagna fatta di rischi, insidie e fughe, decise di lasciare la Calabria per rifarsi una nuova esistenza. Assunta falsa identità e scelto il nome di Francesco Colafiore raggiunse le Marche. A interrogarlo, dopo la cattura, fu il brigadiere Mattei, padre di Enrico, potente Presidente dell’ENI Ente Nazionale Idrocarburi. Musolino sostenne essere abruzzese, ma l'accento lo tradì. Giunse un brigadiere che lo riconobbe. Nelle sue tasche rinvennero 253 lire, un coltello, dodici cartucce per revolver e un Crocefisso.
Dopo la condanna, emessa dal Tribunale di Lucca nel giugno del 1902, fu rinchiuso nel penitenziario di Portolongone e più tardi in quello di Porto Santo Stefano. Il processo suscitò grande scalpore e fu seguito da centinaia di giornalisti e fotografi giunti da ogni parte del mondo. Il Tribunale si avvalse di psicologi di fama mondiale come il De Sanctis e il Morselli. Anche il Lombroso fu interpellato. I luminari negarono la totale infermità del fuorilegge che fu condannato all'ergastolo con l'aggiunta di dieci anni di segregazione. Dopo il secondo conflitto mondiale (e cinquanta anni di detenzione) fu presentata domanda di grazia al Presidente De Nicola che la concesse. Durante la latitanza, le taglie su Musolino furono tante e lo Stato, per assicurarlo alla giustizia, dovette mobilitare centinaia di soldati e agenti di polizia affrontando spese da capogiro. La vicenda diventò caso nazionale e sollecitò l’immaginario collettivo attraverso spettacoli, drammi, resoconti e canzoni. Nel 1914 fu considerato folle ed internato nel manicomio criminale di Reggio Emilia. Giuseppe Selvaggi scrisse di lui:
Dapprima fu una dolorosa penitenza. Dopo alcuni anni, questo detenuto modello cominciò a sognare e la pazzia divenne la sua libertà. Lo incontrai dopo il suo trasferimento a Reggio Calabria. Ero commosso perché la mia infanzia era trascorsa sentendo spesso parlare di lui che, in fondo, era l’eroe di molti nostri giovanili castelli in aria. Mi salutò battendo il bastone sette volte per terra. Non so bene perché, ma posi attenzione a quei colpi. La sua testa di apostolo barbuto somigliava a quella degli autoritratti del Gemito. Mi invitò a stargli accanto e mi parlò di sé e dei suoi progetti. Diceva di avere colloqui con le stelle e meditava di acquisire il dominio del Pianeta Terra e dell'Universo intero. Chiese se desideravo essere incluso fra quanti sarebbero partiti con la sua astronave e se era mia intenzione scrivere la storia della spedizione. Prese le mie mani tra le sue e le strinse. Lo ricorda Pascoli in un’ode rimasta incompiuta.
Nel monastero, ove coi morti frati,
dormono gravi salmodie sepolte,
curvo passò tra uno squillar d’armati.
Intorno ai lombi le catene avvolte.

Negli archivi del manicomio di Reggio Calabria sono custoditi gli scritti del brigante grafomane e con calligrafia incerta; scritti che hanno il pregio d'illustrare il corso d'una vita sprecata. Musolino si proclamava re e imperatore a somiglianza di Vittorio Emanuele III re d'Italia. Assegnava onorificenze e privilegi; disponeva, cancellava e delegava a sua discrezione. Progettava edifici immensi, piroscafi, astronavi, porti avveniristici dai quali partire per terre lontane e sconosciute. In realtà, aveva sempre cercato contatti con il mondo e mai rinunciato all'ideale di libertà che in lui si manifestava in forma violenta. Era stato così fin dai tempi giovanili, della fuga, della latitanza e dei primi processi. Da aspirante scrittore, si colloca a mezza strada tra Esopo e Fedro. Le sue favole rappresentano un'immensa allegoria. Vi s'incontra un mondo strano popolato da pidocchi, mosche, scarafaggi e zecche. Soprattutto da uomini senza spina dorsale e fragili come conigli. Non manca il leone con fulva criniera nel quale amava identificarsi il fuorilegge spietato e romantico.
Musolino ha tentato di scrivere un romanzo e fu brigante solitario perché mai capeggiò bande. Suscitò simpatie e giudizi a volte sconfinati nel mito. Attorno a lui inevitabile fu il sorgere di leggende che lo hanno sempre presentato sfortunato e soccombente.
Nicola Misasi, su Cronaca della Calabria, pubblicò un corsivo dal titolo Sua Maestà Musolino! nel quale lo descrive misto di Bardo scozzese e Robin Hood, vittima di ingiustizie. Galeotto fiero e innocente che riesce a spezzare i ferri e drizzarsi a cospetto degli accusatori lanciando la sua eterna sfida alla legge… Occhio per occhio, dente per dente!
Norman Douglas in Old Calabria: Era considerato a somiglianza di chi ha fatto sempre il suo dovere. Non brigante, ma martire e vittima di leggi ingiuste. Amico dei figli di nessuno e campione degli orfani e delle vedove, riparatore di ingiustizie e incarnazione di virtù che noi tendiamo ad assegnare a Prometeo e al fondatore del Cristianesimo. Così lo presentano anche i compaesani e gli scrittori di pamphlet. Il fuorilegge trovò convinti sostenitori che ne cantarono la storia di contadino di media statura, non bello né brutto e religioso. Le donne del suo Aspromonte alimentarono a lungo le lampade votive in onore di San Giuseppe considerato suo protettore e della Madonna di Polsi, epicentro della pietà religiosa dell'intera provincia di Reggio Calabria, perché si rendesse giustizia al povero innocente perseguitato. Non mancarono gli episodi che lo mostrarono uomo schietto che non spara alle spalle della forza pubblica e rispetta i bambini, si commuove della vita grama affrontata dai contadini. Rari i riferimenti che lo qualificano estortore e grassatore. Gli furono intentati processi per rapina conclusi sempre in suo favore. Esultava per l’attenzione che la gente gli riservava. Durante la latitanza in Aspromonte si spostava (attento alle imboscate) da un posto all'altro dell'impervia montagna. Era diffidente e programmava i contatti con i parenti servendosi di segnali diversi lasciati in località distanti tra loro. Gli incontri con i suoi erano necessari quando si trovava a corto di cibo o per voglia di riabbracciarli. In particolare la sorella Ippolita. Sfuggì ad agguati e si sottrasse a un tentativo di narcotizzazione. Quando la pressione delle forze dell'ordine diventava insopportabile, spariva per settimane. Fu giudicato uomo intelligente, astuto e vivace, soggetto nel quale la fantasia domina, spinto da orgoglio, vanità e spirito di vendetta. Non mancarono i giudizi negativi per chi mostrava interesse al suo caso. Una Gazzetta del tempo valutò l’eccessiva attenzione nei suoi confronti morboso sfacelo della coscienza collettiva. Ciò che riguarda Musolino va inquadrato nel periodo difficile che viveva la Calabria scossa da acuti conflitti sociali. Si ribellava quando i suoi reati erano considerati delitti. Affermava… non sono un bandito e nemmeno un brigante. Non ho rubato e non ho mai commesso grassazioni. Ho ucciso soltanto spie e confidenti. Sono un galantuomo. Si definiva uomo d’onore avendo compiuto solo vendette, non perché affiliato alla picciotteria. Ascoltata la sentenza di condanna, chiese di conoscere com'era l’abito che avrebbe indossato nella casa di pena. Risposero: avrai in dotazione una casacca con i segni della delinquenza efferata. Sbottò: Ho forse ammazzato mio padre? Gli ordini che lo riguardavano per la sua custodia (nel penitenziario di Porto Azzurro) appaiono un insieme di veti e disposizioni tendenti a farlo impazzire. Evento che si verificò. Il brigante ergastolano - servo di pena - era sorvegliato durante la notte da alcuni carcerieri che occupavano le celle prossime alla sua. Il prigioniero poteva trattenere il vaso per la notte. La brocca, la gamella, il cucchiaio di legno erano riposti altrove e consegnati se indispensabili. Previsto nelle prime ore del mattino, il passeggio avveniva in un cortile interno recintato da alte mura. Insieme a lui prendevano aria altri pericolosi delinquenti. Giuseppe Musolino cercò di resistere all'annientamento fisico e mentale al quale era destinato e reagì con la stessa determinazione che gli aveva consentito d'evitare le insidie e gli agguati messi in atto dalle diverse polizie che lo braccavano. Evadeva attraverso la lettura di libri che probabilmente arricchivano la sua mente ma, complice la follia incalzante, gli facevano perdere gradualmente i contatti con la realtà. Un’idea lo assillava: essere sottoposto alla trapanazione del cranio. Dal 1910 in poi, i momenti di lucidità diventarono più rari e la pazzia ne accentuò la riottosità. In otto anni, assommò 433 giorni di punizione. Il suo stato mentale fu controllato nel 1912 e il sanitario che lo visitò concluse che anche se alienato, resta un criminale che pensa sempre a scappare!
L’anno successivo si stabilì che il galeotto Musolino era diventato soggetto da manicomio e si misero in guardia le autorità sui pericoli di un'eventuale liberazione perché ancora passa come simbolo di rivendicazioni e ingiustizia sociale. Nel 1915 fu internato in una casa di cura per malattie mentali e, nel gennaio del 1916, lasciò il penitenziario: destinato al manicomio. Quando varcò l’ingresso dello Psichiatrico di Reggio Emilia, i suoi pensieri erravano per misteriosi universi che soltanto i folli riescono a immaginare ed ai quali, a volte, rubano brandelli di verità. Fu preda della mania di grandezza e persecuzione. Quarantenne, visse il suo delirio identificandosi nel sovrano dell’universo, dispensatore di doni ed invenzioni straordinarie quali le bombe ad alto potenziale, le macchine volanti, treni super veloci. Si mostrava spesso colmo di rancore e minacciava il bombardamento della città ove si trovava per la mancata esecuzione dei suoi ordini. I soliloqui, attraverso i quali si manifestava la follia, ne affinarono il già colorito vocabolario. Maturo, discuteva senza alcuna timidezza e assumeva contegno sprezzante. Uscì dal manicomio nel luglio del 1945. Indossava un abito scuro con panciotto, cravatta a righe e cappello con l'ala abbassata. L’ex re dell'Aspromonte - graziato, ma non ancora libero - fu internato nell'ospedale psichiatrico di Reggio Calabria ove morì nel gennaio 1956. Durante la permanenza in Calabria ebbe modo di assistere alla proiezione di un film ispirato alla sua vita.
Di briganti-sovrani ce n’era stato un altro - Giosafatte Tallarico, re della Sila. Aveva studiato in seminario, ma era diventato garzone di farmacia. Una vita assicurata che non esitò a buttare alle ortiche quando, nel 1820, decise di lavare l’onta di sua sorella con il versamento del sangue del seduttore finito con numerose coltellate. La latitanza fu la sua scelta. Commise altri omicidi? E' verosimile, ma il numero non si conosce perché non subì processi. Tallarico era religioso, a somiglianza di Musolino. Graziò persino un delatore quando si accorse che portava al collo l'immagine della Madonna del Carmine, molto venerata a Cosenza. Sensibile al fascino femminile, si invaghì della cantante Caterina Longoni in tournée in Calabria. Fu, come suole dirsi, un colpo di fulmine. Decise di rapirla mentre si recava in diligenza per la strada interna che portava a Catanzaro ove era attesa per uno spettacolo. La tenne presso di sé per diversi giorni.
Di Tallarico s'interessò anche Nicola Misasi che, a proposito della Longoni, scrisse: Le cronache del tempo informano che l'attrice rimase otto giorni e otto notti sui monti, ospite del bandito. Non dicono altro. Le taglie sul re della Sila non ottennero risultati. Il Sovrano delle due Sicilie infine considerò conveniente indulgere concedendo al bandito il perdono. Estendendolo anche agli uomini della sua banda. Gli fu assegnata un'abitazione ad Ischia, isola poco abitata, ma già sede di penitenziario e gli concesse altresì una pensione di sei ducati. Il bandito accettò l'offerta e subito si trasferì in Campania dove più tardi prese moglie. Gli fu permesso di entrare libero e a piacimento nella città di Cosenza, anche se montato a cavallo. Ebbe figli e condusse vita serena.
Fu Musolino a chiudere il secolo dei briganti.
Mentre il Lombroso e il Ferri erano sul punto di enunciare i canoni dell'antropologia criminale (secondo i quali il delinquente è determinato in tutto ciò che fa da cause anatomiche sociali e psicologiche. Essendo un soggetto condizionato, non è responsabile.
Erano gli anni in cui, per prima l'Italia - patria del Beccaria - con il Codice Zanardelli - cancellò la pena di morte. Per questo motivo, Musolino la fece franca. Alla fine dell'800, tutti i sistemi di privazione della libertà individuale erano rappresentati nel nostro Paese. Vi si contavano ben trentanove bagni penali nei quali i condannati erano incatenati giorno e notte, costretti ai lavori forzati. Vestivano una casacca rossa.
I galeotti erano catalogati in classi. La prima classe (con banda bianca sul berretto) comprendeva i condannati per i reati militari e passionali, senza premeditazione. La seconda classe (banda gialla) i condannati per furto. La terza classe (banda gialla e nera) per rapina a mano armata. La quarta classe (banda nera) per assassinio, parricidio e altri delitti. La banda nera fu assegnata al Musolino!
Tra le punizioni in vigore la cella con doppia catena fissa a pane acqua tavolaccio e la segregazione compresa tra sei mesi e quaranta giorni.

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