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La stagione dell’ira - Capitolo 13

Capitolo Tredicesimo

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Uomo libero sono io quale
era un giorno il nobile
e fiero selvaggio

MIKLE

Sono stanco del lungo cammino. Ascoltate la mia storia e non condannatemi senza avere prima appreso di me. Mi chiamano il pezzente. Forse perché sono povero di spirito? Sono, questo sì, l’uomo dalle cento vite. Sono stato gladiatore, schiavo, principe indiano, commerciante armeno, bucaniere, tiranno. Sono l’uomo dalle cento vite, mi rinnovo come le stagioni e, come le stagioni, muoio. Sono nato lo stesso giorno in cui è venuto al mondo Caino e mi sono coperto di pelli e nutrito di carni crude. Ho acceso il fuoco colpendo pietra con pietra, cacciato fiere e selvaggi.

Il pezzente!
Un soprannome impostomi da gente più perversa di me, la medesima che m'ha relegato in questa bolgia infame ove le cento vite vissute a nulla valgono.

Avverto i passi dei secondini che si avvicinano.

Nelle notti in cui la lucerna si spegne per mancanza di petrolio, gli incubi neri tornano ad assalirmi. Non resta che scuotere energicamente il compagno di cella che, mentre io mi affanno senza prender sonno, se ne sta sbracato sul sacco, il suo, noncurante dei miei tanti problemi.
Butto dal letto il Rosso e lo redarguisco: dammi la tua pipa se non vuoi finire oggi stesso i tuoi giorni.

La mia occupazione? E' presto detto: disseccare erbe d'ogni genere da utilizzare in strani miscugli dei quali ho appreso recentemente le ricette.
Da fumare o barattare con pane, fichi secchi e altri generi.

Oggi mi hanno costretto sul letto di Procuste.
I polsi e le caviglie presto sanguineranno e saranno sempre visibili i solchi lasciati sugli arti dagli anelli di cuoio rinforzati da supporti metallici.

Ieri m'hanno bastonato di brutto. Il peggio è che non ne conosco ancora le ragioni.

Perché son finito in isolamento? Non immaginate? Stavo per ammazzare il Rosso. A salvarlo, appena in tempo, è giunto il secondino che m'ha ancora colpito al capo. Mi domando: cosa avrei potuto fare d'altro se non strattonarlo e chiedergli la pipa? Avevo fame e forse, fumando, i crampi allo stomaco sarebbero cessati.

Domani mi trasferiranno in una delle poche celle del quadrato, sezione riservata ai traditori, infamoni e spie.

Mi trovo in compagnia d'un giovane dal naso tutto roso dal lupus. Se ne sta sempre in disparte, rannicchiato nell'angolo. Non parla. Dicono sia uno sporco parricida. Al suo confronto mi sento una bianca colomba di pace. Fino a quando lo sopporterò?

Rimpiango la compagnia del Rosso.

Oggi hanno distribuito il pane che mancava da più settimane. Ne ho ricevute dodici di pagnotte mentre al mio compagno ne hanno date venti.
Se penso a com'è corso a nasconderle nel sacco, il suo, il sangue mi viene su a fiotti.
Si finge smemorato per tenermi buono. Una cosa è certa: non ne molla neanche mezza di pagnotta.

Il pane, informa lo sticco di turno, ad iniziare da domani, sarà distribuito con la regolarità d'un tempo nella misura di duecento grammi giornalieri a cranio.
Lo consegneranno attraverso lo sportello della blindo.

Il mio compagno non si fida. E' in piedi da un pezzo e non ha dormito per essere pronto alla consegna.

Ho deciso: m'impadronirò delle sue pagnotte e dei quattrini che nasconde in un sacchetto di tela appeso al collo sotto la spessa maglia di lana.

Presto sarà tutto mio: pane scudi coperta e pipa. Lo colpirò al capo con uno zoccolo e lo stenderò sul fianco come preferisce stare quando finge di dormire.
Lo finirò con calma e, se i secondini chiederanno di lui, risponderò che dorme ancora. Lo lascino riposare in pace e consegnino pure a me le sue razioni di cavoli neri e quello che gli spetta d'altro. Abboccheranno, potrei giurarlo: oltre ad essere delle perfette canaglie, sono terribilmente stupidi.

Ho raggiunto lo scopo e il mio uomo è qui, accanto a me, disteso, la fronte sta per diventare gialla e le orecchie trasparenti, il viso flaccido, la pelle rugosa e la bocca atteggiata ad un sorriso beffardo.

Mi auguro prendano le decisioni che il caso suggerisce perché tutto riesco a sopportare meno che il fetore dei corpi in disfacimento.

Hanno scoperto ogni cosa. Colpa del gran puzzo che in breve s'è sparso nella casa di pena.

Avverto fitte alla nuca mentre le forze continuano ad abbandonarmi.

Il corpo del mio sfortunato compagno è stato portato via. Chi scommette una pagnotta intera che domani sarò accusato d'averlo fatto fuori?

L’alba ha scacciato le tenebre. Durante la notte, dal pertugio che funge da avara presa d’aria ho seguito il sorgere della luna, l'esodo delle nuvole e le stelle brillare come tanti lustrini.

Hanno controllato se il mio cuore batte. Prendete nota: batte come sempre in passato, nella norma. Dai rumori e dal tempo impiegato è agevole comprendere che scavano una fossa profonda. E' quella che accoglierà il mio corpo nel cimitero per galeotti senza nome e senza patria. Oltre il doppio muro di cinta.

Domani sarò seppellito vivo: hanno deciso! Mi legheranno all'anziano ergastolano deceduto ieri per condividerne la rapida decomposizione.

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