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La stagione dell’ira - Capitolo 12

Capitolo Dodicesimo

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Le sofferenze uniscono
più delle stesse gioie.

SANT’AGOSTINO

I gruppi di presunti eversori poterono incontrarsi al passeggio. Tirava un'aria nuova con meno perquisizioni e non più cartocci alla Chambronne lanciati su noi dalla sommità del padiglione H mentre ci recavamo al passeggio. Emilio-Lupo, acre, commentò…
“Sono stupito. Mi domando come sia possibile cambiare comportamento dall'oggi al domani. Ieri peste e corna al nostro indirizzo e oggi siamo tutti culo e camicia. Questi soggetti non li comprenderò mai dovessi restare in galera in eterno. Per mesi e mesi mozziconi di sigari e sputi nella marmitta a noi destinata e oggi improvvisa la mutazione in immacolate creature del paradiso. Il disprezzo ha fatto posto alla pia fratellanza? Attenti: si tratta di carità pelosa e qualcosa di serio già bolle in pentola come avvenuto a sopralazzo.”
Facemmo osservare ad Emilio-Lupo che l'accantonamento di risentimenti e rivalse nei nostri confronti, sincero oppure meno, non significava necessariamente aver fiducia negli altri. Continuammo a vigilare. E diffidare.

Di novità c’era totale assenza e dovevamo, per forza di cose, accontentarci dell'immancabile consolatorio tutto procede per il meglio intonato dal buon Cianciulli al rientro dai frequenti colloqui con la bella moglie.

Quando d’estate, dopo giorni d'arsura, cadevano poche gocce di pioggia, la terra emanava un odore particolare. Lo avvertivamo durante il passeggio anche se la pioggia non era caduta e la terra non era bagnata.

Nessuno meglio del cieco coglie le sfumature della carezza del sole. Chi trascorre i suoi giorni in carcere è simile al non vedente e, come il cieco, avverte le infinite variazioni dell’astro. Quando tardava a mostrarsi, elevavamo l'invocazione del Rapisardi.

Fratello Sole, anche voi se non erro,
troppo vi fate quest’oggi aspettare.

La campana che scandiva il nostro tempo carcerario mi ricordava il sacrato della parrocchia di Santa Teresa, in un bel quartiere della mia città.

Napoli, bucherellata caravella. I galeotti, invece di rigurgitare nelle stive delle galere romane come un giorno nel Mediterraneo, erano stipati a Poggioreale nei padiglioni agibili dopo i bombardamenti.

Cellulari e alveari, non dove l’ape regina deponeva le uova nell'eterna creazione dell'amore e del lavoro, ma ove si pianificavano i delitti da compiere appena tornati in libertà. I reclusi scontavano, studiavano e cantavano.
Quando ad una generosa e paziente comunità si toglie ogni cosa, si prendono le sue donne per avviarle ai lupanari; si strappano i loro bimbi alle ingenue monellerie perché diventino esperti ruffianelli di sorelle e madri (se un pizzico fortunati contrabbandieri di sigarette e pessimi liquori fatti in casa) e questo popolo continua a inneggiare alla vita, mostra che saprà affrontare l'incerto domani.
I napoletani - travolti dai drammatici avvenimenti e dalle spiacevoli circostanze - cantavano la Pazienza, l'Amore e la Speranza.
Un giorno avrebbero urlato la Rabbia.

“Ci riporteranno in Calabria per essere giudicati da un Tribunale straordinario di guerra. Nulla è emerso contro di noi e gli Alleati, esaminati con il risaputo scrupolo gli atti, ci restituiscono ai connazionali perché sanno che, da loro, avremo poco da attenderci.”
Così parlò Luigi Filosa al rientro da un colloquio con donna Lilla, la moglie paziente.

Giunse uno scritto di mia madre, marcato da numerosi segni blu e rossi. La censura? Su cosa?
Nel giardino dei nostri vicini è possibile ammirare molti gattini nati da poco. Cerca di stare in salute e non togliere ancora la maglia di lana. Da noi il freddo è arrivato e i monti della Sila sono ammantati di neve.
L'intellighenzia stava per scambiare i molti gattini nati da poco per nuovi eversori recentemente reclutati!

A Pietro Morrone giunse notizia della nascita della sua bimba. Ne fu lieto l’ingegnere gentiluomo.

Per Ben e Teo, lettere-fiume. Per me due cartoline e una busta contenente una rosa secca. Ancora profumata.

Avvertivo l'urgenza di restar solo con quel che rimaneva di me e consideravo sempre più condivisibili le ragioni di Cola, refrattario a tutte le coabitazioni. Decisi d'appartarmi con maggiore frequenza e, per stimolare la mente avvizzita, mandai a memoria brevi letture.

Vincenzo Condello, quarantenne scrivano, poi deceduto in carcere, ci narrava le sue avventure galeotte e le tappe della lunga detenzione.
“Da Portolongone fui trasferito a Poggioreale. Dopo alcuni giorni stavo per buttare dal primo piano del padiglione Livorno una femminuccia che m'infastidiva. Giunse per tempo lo sticco che mi manganellò di santa ragione. Pagai con più giorni di camicia di forza.”
“Addirittura dal primo piano?”
“L'unico modo per levarlo di torno.”
“Stento a crederlo. Ora mostrateci l'impudico spogliarello sull'avambraccio.”
“Albarosa, la mia donna di ventidue anni fa.”
“I cinque segni particolari sul ginocchio?”
“Fatti miei.”
“La stella a sei punte sulla mano sinistra?”
“Non rispondo a questa domanda.”
“Come si praticano quei tatuaggi?”
“Con aghi. Qui ne utilizziamo tre, allineati e fissi ad un pezzetto di legno. Si seguono fedelmente i contorni del disegno, s'incide la carne fino a farla sanguinare; si sparge sulla traccia il liquido ricavato da veline colorate delle buste che riceviamo dopo averle tenute a bagno in acqua e farina. E' possibile utilizzare inchiostro di china e polvere di mattoni rossi. Quando le cicatrici rimarginano e le crosticine cadono appare nitida la figura, a più tinte se così richiesta. Si sconsigliano i tatuaggi sul viso e mani.”
“Si prova dolore?”
“Sopportabile, se la traccia non è estesa. Si rischiano infezioni e l’epatite è in agguato. Ammirate questo marinaio. Vi piace Luca? Oppure preferite Albarosa?”
Un tatuaggio in carcere equivaleva a segno di distinzione come accadeva in Giappone ove era in voga l’arte di quello artistico. Nella terra del Sol Levante, la frivolezza era tenuta in considerazione sino al punto di fare del proprio corpo un raffinato piano di pittura. Sulla pelle danzavano linee e stupendi colori variegati come l'arcobaleno. Chi frequentava i quartieri di piacere, preferiva scegliere portatori di palanchino che vantavano splendidi disegni mentre le cortigiane di Yoshiwara e Tatsmi si invaghivano dei clienti mirabilmente affrescati. Anche le prostitute amavano farlo: la loro fama e il loro pregio dipendevano da un corpo dolorosamente e riccamente istoriato con china e cinabro ricavato dalla pianta del sangue del drago. Così scrisse Junikiro Tanizaki nel racconto che gli diede notorietà.

Vincenzo S., il sessantenne scopino, si confidò:
“Uno di questi giorni vi racconterò del recluso che ha ucciso il compagno di cella per poter disporre delle sue pagnotte e delle sue minestre!

Negli ultimi giorni di permanenza a Poggioreale, seguimmo la lettura serale della Storia di Cristo di Giovanni Papini.
Luigi Filosa, inaspettatamente, ne interruppe l'analisi. Si scusò: i commenti alla Vita sono permessi soltanto ai sacerdoti.

Giunse l’ordine d'approntare le nostre cose: saremmo partiti il giorno seguente. Filosa fu trasferito al padiglione Italia.
Raggiungemmo, ovviamente appiedati, la ferrovia e occupammo due vagoni completamente sprovvisti di vetri e tendine. Anche le poltrone erano prive di rivestimenti in ottimo cuoio perché asportati. Il nostro mondo continuava a cadere a pezzi!
La catena mi tratteneva a Ben Micciché, Orazio Carratelli, Scola Arturo e Orlando Mazzotta. Trovandomi solo per caso, in testa al gruppo, fui costretto a sedere presso il finestrino. Euforico, mi apprestai a gioire, come sempre in passato, della vista del Tirreno che si sarebbe tra breve presentato nel suo magnifico iridescente abito cobalto della sera. La voglia di gioirne svanì quando il vento si mise a soffiare con violenza inaudita precedendo la tempesta. Le nuvole si rincorsero tra il lampeggiare delle saette mentre le lampare fuggirono a riva. Mi addossai a Ben o, nulla cambia, fu lui a poggiare il capo sulla mia spalla per addormentarsi. Gli uomini di scorta stesero grandi teli mimetici sui finestrini, ma pioggia, vento e grandine, impietosi, continuarono a sferzarci fino e oltre la livida alba.

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