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La stagione dell’ira - Capitolo 11

Capitolo Undicesimo

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Dinnanzi a tanta miseria
ebbi vergogna d’essere
quasi felice.

DOSTOJEVSKIJ

Il vaiolo c’era, alcuni casi nel padiglione H, ma non potemmo saperne di più. S'imponeva massima discrezione per non creare ulteriori allarmi. In compenso ci vaccinarono mentre gli infetti, poche decine, furono trasferiti in un lazzaretto fuori città. Teo Pastore, al rientro da uno dei suoi frequenti colloqui con la madre, ci informò d'aver notato sei infermieri intenti a trasferire alcuni corpi nel vicino cimitero, omonimo del recluso-rio. Teo seguitò a parlare.
“Ancora un pizzico d'attenzione e vi scodello un'altra succulenta notizia. Durante il trasferimento della marmitta dalle cucine al padiglione, i detenuti comuni, tratti in inganno dall'apparente abbondanza di condimento a noi somministrato, vi mollano mozziconi di sigari e sputi.”
“Con questa forbita dissertazione vorresti farci credere che i reclusi sputano nelle nostre minestre? Mi rifiuto di crederlo. No, no. Mille volte no.”
“Tranquillizzatevi: lo fanno in pochi. Vi consiglio di far finta di nulla: a conti fatti, i cavoli arrivano con gran puntualità e persino caldi e gustosi.”

Amavo il silenzio, merce assai rara e avvertivo l'urgenza di estraniarmi da tutto e tutti. Non avendo alternative, mi allungavo sul sacco, occhi bendati e orecchie tappate. Erano in molti a riderne: ignoravano che in ciò che appare sciocco spesso si trova il giusto rimedio ai propri malanni.

Vi è mai capitato d'osservare una bombola contenente ossigeno, munita di lunga cannula e boccaglio, collocata presso il letto d'un moribondo?
Di tanto in tanto, il boccarolo è avvicinato alle labbra del paziente e la bombola aperta, l'ossigeno fischia mentre il sofferente si ristora.
La bocca di lupo è quasi simile a un boccaglio applicato all'immensa bombola d'ossigeno che è il mondo. Sotto molti aspetti la bocca che, dall'esterno, non vieta di ricevere l'aria, ma impedisce di coglierne le immagini, è un vantaggio per il carcerato. L'uomo è un animale d'abitudine e osservare, con danno per la psiche e l'equilibrio interiore, rompe l'educazione alla pazienza che procura l'abitudine.

Una vecchia storia genovese racconta che uno degli Embriaci - se ben ricordo nipote di Guglielmo - fatto prigioniero dal gran Pascià, fu costretto a scendere nella sala degli specchi. Il suo tormento era di vedersi ovunque si voltasse. In isolamento, ti vedi senza bisogno alcuno di specchi e ti riconosci quale in realtà sei; con le tue smorfie, le tue falsità, le tue verità. Di verità in te ne trovi poche e, per di più, tutte zoppicano. Trovandoti finalmente faccia a faccia con la tua vita, la trovi bella, eccome bella, e vorresti ricominciare per non farla più soffrire la tua esistenza che tutti attaccano e dileggiano. Alla fine preferisci proteggerla con una cortina di buoni propositi e apparentemente valide argomentazioni. Poi t'apparti con tanta voglia di riposare. Da che mondo è mondo e uomo vive, il riposo coincide con il ricordo di una donna.
Nella buiosa il riferimento assume intensità tale che ti sembra d'averla vicino, la tua donna, della quale riscopri le bellezze segrete e i difetti nascosti. Senza accorgertene, come l'acqua del grande fiume corre verso la natural foce - la tua mente torna a difendere la tua bella vita angustiata. Di ritorno in ritorno, lenti e impossibili, passano i giorni, passano i mesi e passano gli anni.

Accaundici primo foglio galeotto.
Poggioreale 11 settembre 1944.
Sveglia ore 8,30  -  Silenzio ore 20,30.
Conta ore  4  12  20. 24.

Quanto fervore e partecipazione nell'approntare gli scritti e le raffigurazioni - rigorosamente a matita non copiativa - su vecchi fogli ingialliti di fattura borbonica. Scritti e vignette cosparsi, per proteggerli dall'inesorabile ingiuria del tempo, da una trasparente patina di latte.
Seguirono altre pubblicazioni, alcune persino a colori: Evasione, l'Abate Faria, Libertà provvisoria, Il cospiratore e un altro numero dell'Accaundici oggi in mani di Rob Salvatore Trovato, punta di diamante delle simpatiche evasioni tipografiche.

Giunse inatteso uno scopino che mi consegnò un pacchetto contenente alcuni barattoli di bionda confettura di prugne e tre maglie di lana. Fui, poco dopo, scortato nella stanza adibita ai colloqui.
Era stupenda mia madre, i capelli quasi bianchi. Era stanca perché il dolore affatica e invecchia.

Simone libero! Lo dicevano sporca e brutta spia, ovvero cassettone nato. Mi chiedo, senza riuscire a trovare risposte: perché è tanto difficile se non addirittura impossibile liberarsi dalle etichette che amano appiccicarti addosso? Se infamanti, chi riuscirà a toglierle?
Da quanto marciva Simone nella buiosa? Nessuno sapeva e a nessuno importava. Era stato scarcerato per decesso e non aveva più conti in sospeso con la giustizia terrena, processi da affrontare e pene da scontare. Simone aveva conosciuto diverse realtà penitenziarie: l'Asinara, Portolongone, Procida. E Porto Santo Stefano, dalla caratteristica struttura panottica, l'assetto edilizio che permette di sorvegliare i reclusi da una postazione centrale con impiego di pochi custodi. A Porto Santo Stefano furono internati criminali del calibro dei Grisafi, dei Crocco e schiere di massacratori e assassini di tutti i tempi. Era stato a Pianosa ove fu esiliata, nel primo secolo dopo Cristo, una congiunta dell'imperatore Giulio Agrippa.
Nel 1855 accolse i briganti della Maremma e nel 1865 ne fu confermata la destinazione che rimase tale fino al 1998, anno in cui fu deciso il definitivo allontanamento degli ultimi internati. Dal 1992 al 1997 vi soggiornarono i condannati per le stragi di mafia che occupavano la sezione di massima sicurezza posta sulla sommità dell’isola. La storia di Pianosa, negli ultimi decenni del diciannovesimo secolo, è zeppa di omicidi e suicidi. Era stato anche a Malaspina, nelle Apuane, il reclusorio costruito nel 1938. Attrezzato come nessun altro, accoglieva - e accoglie - l'aristocrazia del crimine organizzato. Per i reclusi ospitati era, ed è, titolo d'orgoglio aspirare ad una laurea in UAM - Universale Applicazione del Male - ivi conseguita. A Malaspina abbonda il marmo. Ce n'è dappertutto: pavimenti ingressi scale cucine bagni e cento altri ambienti. Aver messo su una tale struttura - con l'utilizzo di materiali costosi - discende dal fatto che il marmo, nelle Alpi Apuane, abbonda. Gli ospiti del reclusorio - che non conoscono il lavoro perché vissuti d'illeciti - sono costretti alla fatica in quanto coercizione.
Addetti ai telai sfornano a migliaia tende da campo, coperte, lenzuola, teli mimetici, divise per soldati e, naturalmente, casacche e pantaloni a strisce per decine di migliaia di reclusi di Stato.

Ammalarsi? Un problema di ardua soluzione. Chi avrebbe avuto cura di noi? Dove trovare le medicine?
“Che lamenti oggi?”
“Bruciori insistenti allo stomaco, sopportabili.”
“Ulcera e reumatismi. Aspirina, doppia dose, meglio tripla. Avanti un altro. Anche tu accusi dolori? Alle spalle, alle ginocchia, dove?
“Soltanto tosse, con qualche linea di febbre serale.”
“Basta qualche pillola verde, di chinino, s'intende.”
“Dottore, necessita qualcosa di forte.”
Il sanitario levò il cappello di fine paglia di Firenze e allungò il bastoncino di bambù per indicare ove, secondo lui, era radicato il male. Subito dopo si sfogò con i suoi collaboratori…
“Sono stanco di gente come questa. E' l'ora di bandire i sentimentalismi e decidere cosa fare.”
Appena dopo, tratto da parte un paziente, gli chiese:
“Quanti anni ti restano? Tre? Ascoltami: se hai quattrini farò qualcosa di cui ti parlerò in seguito. Vanno bene anche le amlire alleate d'occupazione.”
“I miei soldi sono finiti da un pezzo.”
“Non hai altri santi in paradiso? No? Possibile? Dimenticavo che tu non sei cristiano. Puoi contare su qualche amico disposto a darti una mano? Nemmeno amici? Non ti resta che pregare tutti i giorni e non importa se lo farai alla tua maniera.”
Queste le confidenze d'uno smaliziato scopino!

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