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La stagione dell’ira - Capitolo 9

Capitolo Nono

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Sopra la nera forca danzano
i paladini, i magri
paladini del diavolo

RIMBAUD

Nel recarmi in Direzione per ritirare una lettera incontrai Gat Gallerano che ne usciva. Dell'incontro, complici involontari i secondini appartati per discutere dei loro problemi, mi tornano in mente le confidenze sul suo arrivo a Poggioreale... Una scena da inferno dantesco. Ci stiparono in otto in una stanza che poteva accoglierne soltanto cinque. Protestammo e subito ci trasferirono nelle celle singole del padiglione Livorno. Mi assegnarono alla 54. Chiesi uno straccio con intenzione di mettere un po' d’ordine e il secondino di turno mi consigliò di presentare richiesta per ottenere una congrua dose di DDT, l’efficace pesticida introdotto dagli Alleati. Mi fornì una matita e un foglio di carta per stilare la domanda. M’attendeva un’altra sgradita sorpresa: la stanza non era illuminata. Al buio, le cimici ebbero il sopravvento: si paracadutavano sul pagliericcio dopo aver raggiunto il soffitto. Lascio te immaginare il resto.

Non avevo ancora compiuto dodici anni quando lessi un libro del corregionale Nicola Misasi che trattava di briganti e delitti. Non avrei mai immaginato di dover un giorno spartire la stanza con diciassette soggetti condannati per gravi reati. Carcerazione: una parola che poco o addirittura nulla suggerisce a quanti non ne conoscono l'intimo significato. Clausura involontaria ove si rischia in breve di diventare un mucchietto in-forme di rovine fisiche e morali. Nella galera, intesa un giorno come condanna ai remi, attraverso le grate ed i cancelli che negano la libertà, ma non vietano di osservare quanto accade intorno a te, s’incontrano eserciti di vinti. Lenoni parricidi seviziatori falsari pedofili incestuosi.
E briganti, soltanto in parte autentici, che riescono a circondarsi di un’immeritata aureola di leggenda.
Ho conosciuto in quel di soprapalazzo un recluso che affermava discendere da Scarola, molto noto capobanda. Affermazione che non considerai veritiera. E' palese, fin troppo, il mio interesse, non morboso mi auguro, per soggetti del mondo criminale di allora. In particolare per Acciardi, Groppa, Giuseppe Musolino, Giosafatte Tallarico, Peppinocciu C. e Ciccilla. Acciardi morì all'età di ottantacinque anni in Aprigliano, suo paese natale, nella pre-sila di Cosenza. Vi era rientrato nel 1966 dopo aver ottenuto la grazia. La sua storia ebbe inizio dopo il primo grande conflitto durante il quale aveva fatto parte del corpo degli Arditi e ottenuto persino una medaglia al valore.
A lui si rifà Il brigante, il romanzo di Giuseppe Berto, lo scrittore nato a Mogliano Veneto e sepolto, per volontà testamentaria, in Calabria. In vista del Tirreno.
Acciardi, accusato nel 1919 d'avere ucciso tale Abbruzzino, possidente del posto, non riuscì a provare la sua innocenza perché i testimoni, tra cui Ida Celestino, con la quale affermava trovarsi nelle ore del delitto, non confermarono l'alibi. Condannato a diciotto anni di reclusione fu scarcerato dopo averne scontati dieci. una volta libero, tentò di uccidere la Celestino che considerava responsabile della condanna.
Estinto il debito con la giustizia, uscì dal carcere. In seguito, coinvolto in una rissa, fu proposto per il confino. Decise allora di darsi alla latitanza seguito da una donna. Nell'estate del 1932, la coppia sostava all'aperto e, anche se in agosto, considerò prudente coprire la donna con la propria giacca. Trascorse del tempo e due colpi di fucile centrarono la compagna, scambiata evidentemente per lui. A sparare qualcuno interessato alla taglia posta sul capo del bandito. Acciardi mosse alla ricerca di quanti considerava responsabili dell'assassinio, eliminò sei persone, ferendone altre. Braccato e stanco decise di consegnarsi nelle mani del Prefetto di Cosenza. Fu condannato all'ergastolo. In seguito ottenne la grazia e tornò a Pedace dove fece parlare nuovamente di sé, dapprima per aver contratto matrimonio a 73 anni, infine per avere esploso un colpo di pistola contro la cognata, senza peraltro coglierla. In attesa di processo tentò il suicidio.

Groppa, marcio nel corpo e nella mente, si cibava (come elefanti e cani) anche dei suoi escrementi. Ero un giovane pieno di sogni quando Groppa operava e mi capitò di ascoltare più volte la storia enfatizzata della sua vita illustrata in piazza dai nostri impareggiabili cantastorie forniti di numerose raffigurazioni esplicative. Incriminato per porto d'armi abusivo, rispose a quanti lo interrogavano che le pistole e i fucili non erano di suo gradimento. Preferiva l’accetta, se affilata. Gli inquirenti gli suggerirono di non dire castronerie. Li contestò: le sue non erano panzane! Aggiunse: “Vi interessa forse sapere perché ho ucciso la contadina di R? Ascoltate.”
Gli inquirenti finsero di non credere e gli mollarono altra corda perché potesse comodamente impiccarsi.
“Lo hai letto chissà dove. Sei un mitomane.”
“Chi sarei ora? Scordate che non so leggere né scrivere. Perché l'ho uccisa? Chiedeva un soldo buono per la ricotta. Non avevo soldi e avevo molta fame.”
“Hai fantasia da poterne vendere.”
“Se ascoltate, vi racconto degli altri tre che ho spedito diritto al Creatore. Ricordate i fatti di C?”
“Parla con calma, abbiamo tempo.”
“Fumavo sotto un castagno quando tornarono dalla campagna. Chiesi pane e cipolla e m'invitarono a sedere a tavola con loro. La donna anziana preparò una frittata con molte uova fresche, lardo e formaggio, da spartire in quattro. Non bastava a me! Afferrai l'accetta e colpii: sono fatto così e non posso farci nulla. Asciugai le mani con il lenzuolo rinvenuto su una sedia e cambiai vestito con quello rinvenuto in un armadio.”
Gli inquirenti decisero di accompagnarlo sul teatro della strage e, giunti nei pressi, imboccarono un sentiero diverso da quello che portava all'abitazione dei contadini: due viottoli si dipartivano dalla ferrovia. Groppa li punzecchiò:
“Ve la mostro io la strada.”
Ogni dubbio svanì quando indicò il castagno sotto il quale aveva fumato e l'approssimativa posizione dei corpi sul pavimento di casa. Rinvennero i mozziconi, il vestito smesso e il lenzuolo macchiato di sangue.
A raccontarci di Groppa e di altri masnadieri fu Luigi Filosa, apprezzato avvocato penalista.

Le donne dei briganti spesso seguirono i loro uomini per condividerne il destino e sfuggire alle angherie che gli apparati polizieschi erano soliti scatenare contro i congiunti dei latitanti. Più che dai mariti, dagli amanti e dai gregari, queste donne erano spinte da motivi di risentimento verso quanti avevano contribuito ad immiserire la loro già magra esistenza. Marianna Oliverio, a vent'anni, non avrebbe scelto di lasciare Serra Pedace, provincia di Cosenza, per inoltrarsi nei boschi della Sila, diventare Ciccilla e mettersi alla testa d'una banda se, l'evolvere di circostanze avverse, non avesse impresso alla sua vicenda particolare indirizzo. Egualmente, non avrebbe pensato a delinquere il marito Pietro Monaco - soldato borbonico in seguito garibaldino - se avesse ottenuto la quota di terra promessa ai contadini da Garibaldi.Tre anni prima il Monaco aveva partecipato alla storica repressione di Sapri. Dopo aver disertato, uccise un uomo e si unì alla banda Straface, soggetto aduso a violenze inaudite. Più in là nel tempo, organizzò un proprio gruppo che agì nei territori di Cosenza e di Lametia. Di Ciccilla, le Gazzette raccontarono un episodio: accortasi che la sorella trescava con il Monaco, accecata dalla gelosia, la convinse a fermarsi in casa sua e, durante la notte, l'accoltellò, infierendo sul cadavere. Raggiunse poi il marito per affiancarlo nel comando della banda. Alfine, la coppia, alleatasi con i Rosanova (di Nicotera) sequestrò un fratello di Giovan Battista Falcone, caduto insieme al Pisacane durante la repressione citata, oltre al vescovo De Simone e al canonico Benvenuto. La famiglia Falcone offrì una taglia per la testa del Monaco e riuscì a farlo eliminare dopo aver corrotto tre gregari: Marrazzo Celestino De Marco. Non riuscirono a fermare la donna che, anche se ferita ad un braccio, si era dileguata in compagnia di alcuni componenti la banda. Gli ostaggi furono tutti liberati dopo l'intervento della Guardia Nazionale. Ciccilla riorganizzò quel che restava del gruppo e terrorizzò, per settimane, le popolazioni del circondario di Lametia.
Per catturarla, mosse un Reggimento di Fanteria e, nell'inverno del 1864, fu arrestata nei dintorni di Caccuri, nel territorio crotonese. Fu condannata a morte. Sentenza più tardi commutata nei lavori forzati, ulteriormente ridotta a quindici anni. Visse incatenata nella Fortezza delle Finestrelle a Torino. Morì nel 1870. (Leggi: Ciccilla che spadroneggiava dalla Sila a Lametia di Luigi Michele Perri) 

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