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Il carretto di nonno Peppino

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Erano gli anni venti, Peppino, come tutti affettuosamente lo chiamavano in paese, era un piccolo commerciante. Nel suo paese aveva avviato un'attività commerciale, il suo negozio era un piccolo bazar, vendeva generi di prima necessità, legumi, farina, caffè, olio, latte ed insieme all'aiuto della sorella, Francesca, avevano espanso l'attività vendendo anche stoffe, corsetteria e quant'altro.
Erano anni difficili, erano più i crediti che vantava che quello che realmente incassava. Ma lui sosteneva che se sul suo tavolo il pane non mancava lo stesso doveva essere per gli altri, perciò se sapeva di una famigia in difficoltà non esitava ad aiutarla.
Peppino possedeva un carretto, che utilizzava per scendere in centro dove si riforniva dei vari generi alimentari da rivendere in paese. Quelli erano anni in cui tanta gente raggirava il prossimo per poter vivere, reduci da una guerra, tanta fatica da affrontare per costruire qualcosa.
Una mattina scese in centro e andò dal suo solito fornitore, lasciando il suo carretto al solito posto. Quando ritornò Peppino, vi trovò seduto un signore, il quale vedendolo sussultò, si scusò per aver approfittato e si allontanò per poi  salire su un calesse che lo avrebbe portato a destinazione.
Peppino salì sul suo carretto, sistemò la merce acquistata e si sedette prendendo le redini, si accorse però che lì sul sedile vi era una busta, la aprì e dentro vi erano dei soldi, tanti soldi, probabilmente qualche milione di lire. Subito gli venne in mente che dovevano appartenere all'uomo che aveva trovato lì seduto. Così decise di andarlo a cercare. Avvicinato il calesse sul quale l'uomo era salito, cominciò a gridare: "Buon uomo, buon uomo, fermatevi". Questi, ovviamente non capiva, Peppino si avvicinò e gli diede la busta dicendogli che l'aveva dimenticata sul suo carretto.
Questi non riuscì neanche a dire grazie, era rimasto come pietrificato, prese la busta ed andò via.
Passarono diversi anni, circa trenta, Peppino, intanto, si era sposato aveva avuto sette figli ed in paese aveva aperto una locanda nella quale serviva da mangiare ai forestieri che passavano dal paese, che a quei tempi erano in tanti.

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Un giorno insieme a suo figlio Vincenzino, che aiutava il padre, andò a prendere l'ordinazione ad uno dei tavoli, al quale erano seduti dei signori di cui uno era un esattore del dazio, cioè la persona che riscuoteva le tasse per conto dello stato, e questi vedendo Peppino lo riconobbe subito. Così gli disse: "Non vi ricordate di me?" Questi rimase a guardarlo, senza riuscire però a capire. L'esattore continuò guardando il bambino: "Tu sei suo figlio? Allora, sii fiero di tuo padre, perchè quest'uomo una volta mi ha salvato ed io non riuscii neanche a ringraziarlo per il suo gesto".
Così il forestiero si mise a raccontare la vicenda dicendo a Peppino che quei soldi che lui gli aveva restituito erano l'incasso di tutti i dazi della settimana, che doveva andare a depostitare in banca. Se lui non fosse stata una persona onesta, restituendogli quella busta, lui di sicuro avrebbe avuto grossi problemi.
Perciò, ringraziò di cuore Peppino e dopo aver pranzato andò via..
Questa storia rimase così impressa nella mente del piccolo Vincenzino che ogni volta che uno dei suoi figli dice che nella vita si va avanti solo imbrogliando, lui ricorda sempre che nella vita tutto torna e l'onestà ripaga sempre.
Suo padre probabilmente con tutti quei soldi si sarebbe arricchito, avrebbe sistemato i suoi figli, dato una boccata di ossigeno alla sua attività, ma a quale prezzo? Con quale conflitto interiore?
Peppino sosteneva: "Io devo camminare a testa alta e con la fronte scoperta, non devo vergognarmi delle mie azioni!"
...Grazie nonno Peppino, perchè ci hai insegnato che la tua onestà di certo non ti ha arricchito, ma ti ha reso un grande uomo da tutti stimato..

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Ed è stata la dote più preziosa lasciata in eredità ai figli.

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