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La stagione dell’ira - Capitolo 5

Capitolo Quinto

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Sotto le foglie gemeva il lupo
sputando le belle piume
del suo pasto di polli.

RIMBAUD

Aggressione, tentato omicidio e tentata evasione.
Queste le accuse contro Flora e i suoi accoliti. I responsabili indicati con i numeri  1 - 2 - 3 - 10. Decimo della lista, Micciché, accusato d'aver organizzato e diretto il tentativo di fuga e assicurato i compagni di crimine che, in libertà, avrebbero potuto unirsi ai ribelli che operavano nel Mezzogiorno d'Italia contro gli invasori anglo-americani e i loro alleati.

Va ricordato che il Governo Militare d'Occupazione, nella seconda parte del Proclama n° 1 rivolto a tutti gli italiani, elencava i reati contro le truppe occupanti perseguibili con la… pena di morte.
“A) Chiunque serva il nemico come informatore o conceda rifugio e soccorso, in qualsiasi modo, ad una spia nemica. B) Comunichi in qualsiasi modo in merito a qualsivoglia argomento con il nemico o con persona qualsiasi nel territorio occupato oppure acceda in località sotto il suo diretto controllo. C) Invii a qualsiasi persona, ovunque si trovi, una qualunque comunicazione che contenga informazioni (di qualsiasi natura) sulle Forze Armate Alleate o, avendo ricevuto notizia qualsiasi, ometta d'avvisare il Governo Militare d'Occupazione. D) Porti le armi contro le forze armate alleate. E) Sia in possesso d'armi da fuoco, munizioni, esplosivi e altri strumenti bellici, salvo che non sia in possesso di permesso rilasciato dal Governo Alleato. F) Abbia un apparecchio radio o altro dispositivo idoneo a trasmettere segnali o messaggi. G) Tragga in inganno un qualsiasi soggetto appartenente agli alleati nell'adempimento del proprio dovere. H) Assista nella fuga un prigioniero di guerra, protegga o nasconda un qualsiasi prigioniero in fuga. I) Assista le forze nemiche per evitarne la cattura.”

La rete che invischiava Micciché era ordita sottilmente e bieco era il calcolo che ne discendeva.
Altre responsabilità sarebbero state verosimilmente addossate ai gruppi di (presunti) eversori.
Durante il controllo che, a rivolta sedata, seguì nella stanza numero sei furono localizzate le tracce d'un foro sotto la finestra, otturato e imbiancato alla buona dopo che il tentativo di fuga era apparso non praticabile. Le dichiarazioni degli incriminati concordavano.
“È stato il politico che si trova nella nostra stanza a suggerirci di praticare un foro nella parete e, dopo il fallimento, ha insistito perché si ritentasse promettendo quattrini, armi e viveri se avessimo partecipato, una volta liberi, alla guerriglia in corso nel Meridione contro il contingente alleato.”
Più espliciti di così!
Altrettanto eloquente il Proclama n° 1 a firma del Feldmaresciallo Harold Rupert Leofric George Alexander, Comandante le Armate britanniche nel Medio Oriente e in Africa Settentrionale (1942). Le armate alleate nel Mare Mediterraneo (1943) e la Campagna d'Italia (1943-1945).
Dopo alcuni giorni Radio galera divulgò la notizia che… l'agente di custodia aggredito aveva escluso la partecipazione di Ben al vile agguato, scagionandolo da eventuali responsabilità. La denuncia nei suoi confronti ebbe egualmente corso e il processo fissato per il mese di luglio successivo. La vigilanza intanto aumentò e i reclusi presenti nel primo braccio durante la protesta furono esclusi per alcune settimane dalla distribuzione straordinaria di viveri e altri generi mentre le porte e i cancelli rimasero chiusi anche durante il giorno. Soltanto il passeggio non poteva esserci scippato.

Anzivino soffriva di crisi epilettiche. Era giocoforza sorbirsi le sue sfuriate accompagnate da bestemmie e sberleffi. Occhi furenti, sulla fronte una sorta di bandana rossa, sbavava e farfugliando all'infinito prometteva (soltanto a me, guarda caso) chissà quante e quali ritorsioni. Come difendere la mia ghirba? Di questo in fondo si trattava, di semplice… sopravvivenza. Avrei potuto chiedere consigli al nostromo, ma non lo feci.
Benedetto orgoglio.
Rocco Anzivino, dopo i frequenti attacchi del male, si appartava a scucire e ricucire (per molte ore) gli strappi della medesima logora camicia. Aveva famiglia nel Tavoliere e possedeva due cavalli pezzati che amava cavalcare a pelo.
Durante la notte, per evitare il peggio, allungai tra la mia branda e le due laterali, all'altezza delle ginocchia, due strisce di tela arrotolate con cura.
L’ergastolano, interpellato, m'aveva autorizzato a porre in essere l'approssimativo espediente salvavita. Se avessero tentato di aggredirmi, sperai, sarebbero inciampati procurandomi qualche secondo di tempo per imbastire la difesa. Quale difesa?
Se l'aggressione fosse giunta dalla parte dei piedi sgombra da qualsivoglia ostacolo?

Anzivino non ostentava coltelli, ma possedeva una sottile trancia di rasoio che occultava nel bavero della giacca. Prima o poi, l'avrebbero scoperta e sequestrata.
Considerai che il nostromo, al corrente di quanto potesse accadermi, non si preoccupasse, nell'adempimento del suo ruolo di capo-stanza, di far spostare la mia branda presso la sua fornendomi così indiretta protezione. La mia incolumità, era chiaro, non era contemplata nei suoi contorti disegni!

Imperavano l'ozio e l'attesa, l'incertezza e il pessimismo. Il vitto per i detenuti comuni era migliorato dopo la ribellione, ma i soldati non mostravano ancora d'essere soddisfatti. Per quanto riguarda me, seguitavo a ricevere la casanza e il nostromo continuava a scialare con doppia razione di brodo di scimmia, la mia e la sua. Sazio ne cedeva agli uomini della sua scorta personale.
Grande fu la soddisfazione dei detenuti quando appresero che era stata disposta, per loro, la distribuzione quindicinale d'olio di semi, sigarette e pane di segale.
Un ufficiale, altoatesino, fu incaricato della ripartizione del nuovo rancio. Prestava servizio alla Casermette cittadine, nella Compagnia già comandata da mio padre. Aveva trascorso le ultime festività natalizie in casa nostra; diviso con me e i miei fratelli il pane spezzato dalle mani di nostra madre.
Non mi degnò d'un cenno, d'uno sguardo. Per non farsi riconoscere, si era rasata la barba bionda della quale andava fiero.
Si diceva Amico!

Giunse il colonnello Oreste Trotta, quale Pubblico Ministero nel processo contro gli ottantotto presunti eversori.
Il giorno successivo comunicarono i capi d'accusa di cui avremmo dovuto rispondere:
“Associazione sovversiva, associazione per delinquere; detenzione di armi, munizioni, esplosivi e pubblica intimidazione. Altri reati minori, perché…
A) In terra di Calabria, nei territori di Cosenza, Catanzaro e Reggio, in epoca successiva e prossima all’8 settembre 1943, fino alla data del loro arresto, costituivano associazioni eversive con obiettivo la ricostituzione dell’ex partito unico del quale è stato di-sposto lo scioglimento con Regio Decreto Legge 2 agosto 1943 n° 4 e dirette altresì a ristabilire, ricorrendo alla violenza, la dittatura mediante la soppressione delle classi sociali contrastanti con l'ideologia richiamata.
Con la qualifica di promotori per Filosa Luigi, Cupiraggi Giulio, Sergi Giovanni, Cianciulli Francesco, Notaro Ugo, Capocasale Pietro, Sestito Aldo, Gimigliano Nino, Corda Antonio, Paparo Aldo, Morelli Gaetano, Scola Attilio, Fiore Melacrinis Napoleone.
Di partecipanti per tutti gli altri.
B) Nelle circostanze di tempo e luogo di cui al capo A che precede, in combutta fra loro, acquistavano e detenevano dinamite, materiale esplodente e infiammabile, allo scopo di attentare alla pubblica incolumità. In particolare, a quella degli Enti e delle persone appartenenti alle classi sociali contrarie all'ideologia appena trascorsa. Per lo stesso fine, con l'intenzione di incutere timore e suscitare tumulti, oltre a pubblico disordine, facevano scoppiare alcune bombe a mano e altro materiale esplodente. Inoltre, acquistavano, detenevano e distruggevano oggetti identificabili come armamento militare. Testi inquirenti esaminati durante l'istruttoria: Commissario di Pubblica Sicurezza Maiorano; capitani Casella e Maneri; maresciallo Angrisani. Testi inquirenti non esaminati: Picone Nicola, Pecorella Camillo, A-polloni Eraldo, Nappi Guido, Amato Giuseppe, Loiodice Michele appartenenti al corpo dei Carabinieri. Camillo Pecorella, in qualità di membro dello Stato Maggiore Servizio Informazioni Militare e del Contro Spionaggio.
Presunti capi dell'organizzazione Valerio Pignatelli di Cerchiara e tenente Pietro Capocasale.

Dopo lo scampanio che invitava al silenzio della sera, giunse un graduato per informarci che saremmo partiti il giorno dopo.
Ci restituirono quanto depositato la sera dell'ingresso. Mancava la catenina, poca cosa.
Non esisteva alcuna possibilità di comunicare con i miei, ma salii egualmente sul ripiano in cemento della finestra sperando di scorgere qualche conoscente ritardatario e informarlo dell'imminente partenza.

Rocco, nel profondo tunnel della crisi, non inveì contro di me. Balbettò:
“Te ne vai già? Verrai a trovarmi. Me l'hai promesso. Io intanto guarirò e tornerò a casa. Sarà facile rintracciarmi a Foggia: basterà chiedere.”
“Adesso cerca di riposare. Ci saluteremo più tardi e ti passerò volentieri la mia coperta.”
Scesero le ombre e il brigadiere tornò da noi.
“Vi sveglieremo nelle prime ore di domani, ma fatevi trovare pronti e con i bagagli chiusi con cura.”

L’orologio del Palazzaccio batté cinque colpi e un agente di custodia si presentò:
“Chi parte oggi mi segua.”
Restituimmo i corredi e il trasferimento della coperta promessa ad Anzivino non fu autorizzato.
Il nostromo giurò: avrebbe presto provveduto lui!
Avrà mantenuto la promessa?
“Buona fortuna.” Augurammo ai soldati.
“Buona fortuna anche a voi.”
“Ci metteranno i ferri?” S'interrogò Teo Pastore che calzava vistosi zoccoli di legno.
“Partiremo in treno. Per…”
“Napoli. Carcere giudiziario di Poggioreale.”
“Bando ai pessimismi. Sarà la nostra regola aurea.”
Divenni preda d'una euforia improvvisa.
Ci strinsero i polsi con i ferri di campagna, trattenuti da catene, in gruppi di quattro o cinque.
Il tenente Cola Bruni, in divisa, senza gradi stellette e mostrine, non fu ammanettato. Indossavo un pantalone di velluto, la camicia di flanella e il provvidenziale pastrano di soldato. Eravamo in tredici, tra anziani e giovani.
A Paola, prima tappa del nostro percorso, saremmo saliti sull’86, il convoglio sul quale già si trovavano i reclusi politici di Catanzaro, Crotone, Sambiase e Nicastro. Muoversi in catene, appiedati e gravati da pur ridotti bagagli, a contatto di gomito con impazienti amici di cordata, non fu agevole, nemmeno piacevole.
Qualcuno lamentò:
“Non gradisco questi bracciali.”
“Se fossero di marzapane?”
Teo cadenzava il passo... uno-due, uno-due!
“Che barba non poter correre. Prego, lasciateci andare. Torneremo in tempo per la partenza.”
Si rise e si commentò. Nessun musone.
Superammo, sempre appiedati, Ponte Alarico. Il Crati e il Busento, i fiumi che attraversano la città, schiumavano sui dossi di pietra. In Piazza Stazione, si avvicinò un conoscente che, dopo avere osservato, fece un cenno e corse ad avvertire i miei. Montammo su un vagone per viaggiatori e urtai malamente al predellino.
Sotto la pensilina, molti civili e soldati in partenza.

Giunsero i miei, trafelati. Mia madre sbottò:
“In catene come un delinquente!
“Cosa ti manca?” Chiese mio padre.
“Ho tutto quel che serve.”
La locomotiva ci strattonò. Ero perplesso, insicuro.
Mia madre era tesa: il colpo era stato duro per lei. Era avvilita per la mia partenza mai messa in conto.
Se risentimento avvertiva verso qualcuno, e non ne serbava, non lo lasciava intendere.
L’atteggiamento di mio padre? Di complicità.
Fu Francesca a parlare ancora.
“Oggi, 30 maggio, il tuo onomastico! Stavo preparando una torta con la marmellata d'uva che piace tanto a te. Non era pronta, altrimenti l'avrei portata.”
“Inviala ai soldati della cinque e non scordare il latte per Rocco Anzivino. Finché sarà possibile.”

Il treno corse veloce sulla pianura. Uno spettacolo mozzafiato lo scorrere delle colline, fiumi d'erba e aree dei pascoli. Tutto scomparve alla nostra vista. Forse per sempre. Un'onda tepida di ricordi mi colse.

La scorta era formata da un sottoufficiale dell'Arma e da sei militi. Raggiungemmo Paola, la città di Francesco, il Santo fondatore dei Minimi e Patrono della Calabria. Ordinarono di non muoverci per consentire ai civili viaggiatori di scendere senza incontrare ostacoli.
Ci informarono che il treno diretto a Napoli sarebbe transitato il giorno dopo. Emilio-Lupo chiese:
“Dove ci porteranno ora?”
“Al Miramare.”
“Facciamo un gran tuffo in mare?”
“Lo faremo domani nella piscina d'un grande hotel partenopeo. Mi scuso, avrei dovuto dire bagno penale.”
“Somigli ad un foruncolo acerbo sul sedere.”
“Ti fucileranno. Lo ha detto anche George.”
“E' importante che gli altri vivano.”
“Questa frase l’ho udita da qualche parte.”
Ci avviammo sempre appiedati verso il centro della città, percorso in salita. Emilio-Lupo tribolò nel vano tentativo di sincronizzare il passo con quello degli altri.

Immatricolazione: tredici fogli per altrettante note personali e per le impronte digitali.
Tutto in regola confermò l'anziano secondino.
“Torneremo domani a mezzogiorno e saremo puntuali.” Assicurò il capo scorta.
Non li rivedemmo. Li avrebbero sostituiti.
L’agente di custodia, quando i militi furono via, ci scongiurò di restare tranquilli e non prendere il volo.
Avremmo per sempre rovinato la sua vita! Sapeva che, da quella prigione all’acqua di rose, sarebbe stato facile evadere.
Approfittammo per strappargli la promessa d'un lungo colloquio con i familiari, se fossero arrivati in tempo. Ci assegnò la camera migliore a disposizione ed erigemmo con cavalletti, tavole e chiodi (da lui forniti) un letto capace di reggerci quanti eravamo.

Nel primo pomeriggio, nel corso d'un ennesimo eloquio di Saro Macrì, uno dei nostri veci, giunse il secondino che ci informò:
“Qualcuno desidera parlarvi ora. Lo accompagno da voi oppure me ne libero con qualche scusa?”
Entrò un distinto signore di mezza età che indossava un abito quasi funereo. Si qualificò magistrato ancora in attività e chiese d'essere informato dei reati di cui avremmo dovuto rispondere. Gli porgemmo tre veline, pessime copie. Dopo aver letto, commentò…
“Ce n'è per un bel po' di reclusione. Pubblica intimidazione, detenzione d'armi, munizioni ed esplosivi, associazione per delinquere. Questo reato, in verità, non lo riscontro. Non è per delinquere la vostra associazione, se esiste veramente un'intesa tra voi.”
Dopo aver dispensato sorrisi in quantità, imboccò il corridoio dal quale, non atteso, era sbucato.
“Signori, vi aspetta un bel po' di galera!” Fece il verso Carratelli, il giornalista dai capelli rossi.
Gli chiedemmo:
“Che farà adesso Orazio in galera?”
“Fumerà e farà un giornale.”
La notte calò sulla città di Francesco.
“Si dorme? Avrei ascoltato volentieri qualche altra amenità da Saro.”
“Chiedigli del fungo gigante e di Fritz il bassotto fenomeno. Lo hai ascoltato il giudice menagramo? Voglio rileggerle le accuse. Approfondire.”
“Molto meglio ignorare. Non scordare di conservare le veline perché serviranno per gli spinelli di tabacco.”

Orazio s'arrampicò sul letto atlantico e quasi tutti gli altri lo seguirono. Avevo scelto di dormire presso la finestra.
Vestito, per giaciglio il sacco di foglie comodo a sufficienza. Ben calzato, deciso a difendermi da eventuali aggressioni.
Aggressioni? Ce n'erano state tante con esiti drammatici. Non in Calabria.
Per nostra buona sorte ci trovavamo in una terra d'antica e nobile civiltà, nemmeno sfiorata dalla guerra civile.

Mi allungai sul sacco accanto ad Emilio-Lupo che dormiva e Saro mi scavalcò con tanta disinvoltura. Lo beccai:
“Disturbi con questo via vai dal cesso.”
“Sbarbatello lentigginoso perché non t'accucci?”
Le stelle - tante brillanti sornione - ammiccavano attraverso la grata che guardava alla campagna silente.

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