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La stagione dell’ira - Capitolo 4

Capitolo Quarto

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Mi circonda il Dubbio
e intorno mi circola la Paura
schifosa e multiforme.

BAUDELAIRE

Marco, il recluso-soldato Lucano, mi chiese di barattare una camicia, possibilmente bianca, con il suo zucchetto ricavato dagli scampoli delle coperte.
Per non scontentarlo e non averlo contro accettai il baratto, ma decisi di liberarmi del copricapo ingombrante.
Il nostromo mi stordiva con puntuali e robuste pozioni di 'considerazioni personali e disinteressati consigli' pronto a mostrare, anche per banali malintesi, una lama della quale controllava spesso il taglio. Per poi cambiarla di nascondiglio.
Mi erano ben chiare le sue reali intenzioni e decisi di rimanere fuori tiro dai suoi maldestri tentativi di plagio.
Accanto a me dormiva l'unico ergastolano presente a soprapalazzo. Non aveva grilli per la testa e non ne conoscevo il nome. Non m'interessava conoscerlo.
Parlava poco e non dava retta ad alcuno. Non aveva amici, il meschino. Era ricambiato con la stessa moneta.
Gli chiesi un giorno se - alla luce dei nostri sereni rapporti - avesse voglia di raccontarmi di sé. Senza alzare gli occhi dal lavoro d'uncinetto (dico bene uncinetto) che lo impegnava durante il giorno, rispose:
“La mia vita è tutta qui: oggi domani sempre! Mi trasferiranno in una delle tante colonie del Mar Tirreno raggiungibili tra qualche settimana.”
Presso il cancello era collocata la branda di Roma. Il fante Arrigo Roma scontava una condanna per duplice delitto commesso in terra iugoslava.

Non m'aspettavo d’essere buttato dal sacco con tanta energia: era il nostromo ad usarla senza risparmio.
“Che succede?” Chiesi, quasi in allarme.
“Arriva la perquisa. La perquisizione, capisci ora? Il friulano non si è liberato ancora dei gomitoli. I miei li ho scambiati con sorbe mature.”
Un lampo di soddisfazione blasfema attraversò le sue pupille.

I bottini - capaci borsoni di spessa tela in dotazione a reparti militari speciali - e i tascapani (penzolanti dai ganci metallici infissi alle spesse tavole cementate alle pareti, utilizzate a loro volta per deporvi oggetti d'uso personale) furono svuotati, ogni cosa sparsa sui pagliericci. Il carosello ebbe termine dopo un'accurata ispezione corporale.
Tra le foglie d'un pagliericcio furono scoperti due gomitoli di lana e tre di cotone bastevoli ad assicurare al recluso (considerato responsabile di danneggiamento della proprietà statale) sette giorni d'isolamento. Gli agenti di custodia erano alla costante ricerca di appunti compromettenti, soldi non dichiarati, coltelli, lame, trincetti e gomitoli.

Recuperai la lama, omaggio (non gradito) del recluso che, su richiesta del nostromo, l’aveva utilizzata per tagliuzzare ai lati la gelosia. Dopo averla nascosta alla meglio la mollai durante la notte nel sacco dei rifiuti.
Lo zucchetto era già finito nel lercio contenitore.

Riuscivo ad appartarmi nonostante la presenza di diciassette soldati. Indurivo e s'imponeva il sollecito ricorso ad atteggiamenti risoluti: senza grinta avrei rischiato d'essere travolto in breve da quegli uomini alcuni dei quali marci fino al midollo.
Ben Micciché avrebbe presto appreso a sue spese.

Sin dal mattino spirava un'aria inconsueta. La prima colazione sembrava essere l'unico motivo della vivace protesta che seguì. Un 'patto di ferro' era stato stipulato tra i diversi clan decisi a reagire al prevedibile intervento degli agenti di custodia. A nulla valsero i consigli di moderazione del Comandante e le marmitte rientrarono in cucina colme di minestra come ne erano uscite. 

Seguirono, senza interruzione, diverse ore di frastuono provocato da centinaia di gamelle strusciate sulle sbarre dei cancelli e delle finestre. Non mancò il contorno pepato di minacce, imprecazioni, lazzi e falsi litigi ai quali seguirono autentiche risse con l'impiego di zoccoli rinforzati da protezioni metalliche.
Molti reclusi approfittarono della gran cagnara per regolare le beghe personali rimaste in sospeso. Si contarono molti contusi tra i detenuti presenti nel terzo braccio.
Alla lunga, l'ebbe vinta l’omertà e, con il sottinteso consenso del Direttore, ogni cosa fu messa a tacere. Le sentinelle aumentarono, intanto, di numero a monito per quanti s'apprestavano a farla finita una buona volta per tutte! Farla finita? Con chi?

Era già notte quando Flora, promotore del tentativo di fuga che seguì, impose ai complici di munirsi di aste metalliche divelte dalle brande e ripiegate in due.
Rimasi in attesa presso il cancello in compagnia di Roma e del nostromo. Quando le ombre e il silenzio della sera subentrarono al clamore da stadio, i ribelli - forzato il cancello della sei - sciamarono in corridoio e corsero ad appiattirsi contro il muro, sul fondo. La nostra stanza si oscurò: qualcuno aveva spento la lucerna per approntare il suo povero fardello di panni. Intorno aleggiava un concentrato d'eccitazione e minacce.
Flora s'avvicinò al cancello della nostra stanza e redarguì il nostromo:
“Non sei ancora pronto? Muovi le chiappe invece di perderti in chiacchiere con loro.”  Indicò me e il fante Roma.
Mazza non rispose. Aveva deciso di non partecipare al balordo tentativo di fuga.
Malignai: il fallimento che avremmo registrato, il nostromo l'aveva addirittura auspicato!
Feci notare, con discrezione, a Flora che sbagliava nel tentare di scappare 'quella sera' essendo venuto a mancare il fattore-sorpresa dal quale mai si prescinde in particolari situazioni. Era opportuno, a mio modesto avviso, rinviare ad altra data anche perché gli agenti non erano pupi da fiera e avrebbero reagito.
Restava soltanto vedere in che modo.
Il Flora tornò a rivolgersi al nostromo:
“Hai un minuto per decidere. Noi andiamo.”
Non ragionava. Era un folle, imprevedibile come un tornado. A cospetto d'un siffatto individuo - un omone tutto muscoli, peli e tatuaggi osceni, senza mezza oncia di cervello - mi considerai uno zoologo che ha appena scoperto una nuova razza animale. Il mio pensiero corse al malcapitato agente di turno, il napoletano esile e tranquillo da alcune settimane trasferito a Colle Triglio da un reclusorio campano.

Scesero le ombre e i ribelli rimasti in stanza si adoperarono per distrarre il secondino e dare modo a quanti si trovavano in corridoio d'aggredirlo alle spalle.
Gli insorti calzavano pianelle di tela e corda.
Flora mosse per primo: balzò sull'agente inerme e ignaro. Qualcuno cadde, s'udì un lamento e un cancello stridette. Il malcapitato, stretto al collo, fu quasi soffocato, i rantoli uditi dagli agenti proni oltre il muricciolo che delimitava il cortile sopraelevato del terzo braccio. In attesa di ordini.
L'aggressione in partenza dal corridoio non era stata messa in conto. Andava, invece, considerata con priorità dai solerti responsabili della sicurezza interna.
Trascorsero soltanto pochi secondi e un brigadiere, seguito da sette agenti disarmati irruppe nella stanza dei rivoltosi. Seguì un diluvio di bestemmie, gli ammutinati in rotta si sfogavano. Flora, apprendemmo in seguito, aveva mollato per primo. Non a caso, il substrato della violenza sui deboli e indifesi è la vigliaccheria!
Sentivamo, a pochi metri da noi.
“Nessuno si muova. Mani in alto, su.”
Non ci sarebbero state indulgenze per quei balordi. Il brigadiere ringhiò:
“Chi parla ora? Voglio sapere.”
“E' venuta la mossa a Flora ed è caduto.”
“E con questo?” Ribatté il brigadiere.
“L'agente di custodia voleva aiutarlo e ha ricevuto un brutto calcio in faccia.”
“E' arrivata la mossa a messer Flora, evviva. Ora avvicinati a me invece di nasconderti dietro i tuoi compari, come fanno i vigliacchi. A te presto penserò io e tu sai cosa intendo dire. La mossa? Pessima scusa per aggredire chi si guadagna il pane con questo lavoro.”
Il brigadiere s'avvicinò al cancello della nostra stanza e Chiese: “Chi ha aperto da voi?”
Le labbra dei miei compagni, e le mie, erano cucite a filo doppio: sapevamo di cosa fosse capace Flora.
I ribelli finirono in segregazione; a Micciché toccò la stessa sorte. Il nostromo commentò:
“Il letto di contenzione e la camicia lavoreranno un bel po'. Gli agenti di custodia mai indulgono con chi osa toccare qualcuno della loro parrocchia.”
Durante la notte che seguì udimmo lamenti a volte soffocati per la particolare ubicazione degli ambienti adibiti ai pestaggi.
Il giorno dopo apprendemmo che Ben aveva 'mostrato coraggio e non l'avevano toccato, nemmeno con un dito, né i secondini né i ribelli.'
Il lucignolo tornò ad ardere, fumare e puzzare.
Il recluso che l'aveva spento per nascondere i suoi preparativi di fuga, l'aveva riattivato.
L’ergastolano che aveva sperato di tornare in libertà prima di mezzanotte, ora osservava con occhi impietriti la volta a tutto sesto che si curvava, fredda e implacabile, sulle nostre infinite illusioni.

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