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La stagione dell’ira - Capitolo 2

Capitolo Secondo

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Il sentiero è tutto
tracciato al rovescio.

BAUDELAIRE

Mi svegliai quando il sole era già alto.
Graziosamente mi avevano lasciato riposare oltre l’orario consentito. Notai alcuni reclusi che, sgomitando, camminavano celermente nello spazio compreso tra le due file di letti. Risposi al loro saluto e al sonoro salve del nostromo che, seduto su una branda posta in un angolo della camerata, era intento a sminuzzare marci mozziconi di sigari. Mi informò con sorprendente premura:
“Se vuoi lavarti ho ancora acqua per te.”
“D'accordo, grazie.”
Appresi in seguito che i reclusi presenti nella nostra stanza e in quelle adiacenti - appartenuti ai nostri contingenti armati inviati in Grecia, Iugoslavia e Albania - erano stati condannati (soltanto alcuni in attesa di giudizio) per rapine, stupri e altri reati, anche efferati.
Il nostromo mi consegnò un recipiente di alluminio ricolmo d'acqua (gamella) e, nel recuperarlo, suggerì che sarebbe stato opportuno, per ricevere quanto mi necessitava, far pervenire sollecita richiesta ai miei. Avrebbe potuto interessarsene lui ché contava su alcuni agganci in Direzione. Non se ne fece nulla.
Collocai il pagliericcio arrotolato e ritto presso la finestra, dopo averlo legato con le tre cordicelle di canapa di cui era dotato. Vi poggiai sopra la coperta che lasciava pendere dai lati untuosi brandelli. Mazza osservava e assicurò:
“Non darti alcun pensiero. Domani lo sostituiremo.”
La sicumera del nostromo, la voce in falsetto e calvizie incipiente, stupiva.
Era stato eletto capostanza e il disappunto per il comportamento dei compagni nei suoi confronti durante il nostro breve parlottare notturno era da addebitare all'amara constatazione che le sue prerogative di capo non erano state rispettate.
Mazza era intrigante e opportunista, provvisto di notevole vanagloria. Pretendeva rispetto e sempre lo otteneva. Si prestava persino a fare il cavadenti.
Toccava sempre ai reclusi presenti nelle camerate eleggere i propri rappresentanti. Al capo-stanza, per consuetudine a lungo consolidata, era assegnato il posto nell'angolo maggiormente distante dal collettivo (cacatoio), un corredo a sua scelta (fornitura) e sempre assicurata la precedenza durante la distribuzione della minestra e nel corso delle frequenti assegnazioni straordinarie di tabacco, castagne, fichi secchi e altri generi.
A volte accadeva che più reclusi, nello stesso tempo, pretendessero dai compagni rispetto e obbedienza. Allora era scontro, subito circoscritto per l’omertà che ivi regnava incontrastata. Il timore di ricevere un bel colpo di cavalla - lama, coltello o trincetto - alle spalle suggeriva la massima prudenza. Avvertii grida gioiose provenire dalla strada sottostante e montai sul ripiano della finestra. Erano studenti a rincorrersi, schiamazzare. Giocavano e non temevano ignari del dramma che altrove si consumava sulla loro pelle.
Notai un alberello all'ombra del quale sostava un agente di custodia con il moschetto in spalla.
Sarebbe stato necessario, per disporre d'un ampio campo visivo, tagliuzzare ai lati la gelosia, augurandosi di non essere colto in flagranza di reato per danno alla proprietà statale. Mazza intuì quanto mi passava per la mente. Intervenne…
“Sono provvisto di cavalla e domani rimedieremo.”
Vidi passare mio fratello che frequentava l'adiacente Istituto per geometri ed emisi un fischio che la sentinella ignorò non ostante il richiamo fosse prolungato, facilmente localizzabile. Agitai le dita della mano destra dopo averle infilate tra la gelosia e il muro esterno. Romano che osservava se n'accorse.
Avrei rivisto volentieri anche Luigi, il piccolo di casa. Aveva lo stesso nome del fratello di mio padre, capitano dell'esercito deceduto per esiti di congelamento patito durante il primo grande conflitto, ma sollecitare i miei ad accompagnarlo in vista del grigio reclusorio, non era richiesta da avanzare a cuor leggero.
Michele, un altro zio, era caduto sui campi amari di Val Dogna. Un terzo fratello di mio padre, Francesco, Gepà per noi, viveva. A conti fatti, mio padre - chiamato alle armi alla fine del primo conflitto mondiale - era partito volontario nel secondo.
Dapprima annoverato tra i vincitori infine tra i vinti. Ero intento ad osservare il mondo esterno allorché il nostromo mi suggerì di scendere subito dalla finestra perché qualcuno s'avvicinava. Si presentò, infatti, un graduato accompagnato da un giovane subalterno, ambedue assegnati al controllo del mattino. Li seguiva uno scopino con sulle spalle la scaletta necessaria per raggiungere la finestra. L'intensità sonora delle risposte ai diversi colpi di battaglio avrebbe rivelato eventuali recenti manomissioni. Riconobbi, perché ascoltato centinaia di volte, il rumore di quel ferro che percuoteva la grata interna. Erano chiamati scopini i reclusi assegnati ai lavori domestici: pulizia della matricola, direzione, cubicoli (spazi all'aperto per la passeggiata giornaliera), infermeria, ambienti per colloqui e disciplinare, sezione femminile e dispensa, laboratori artigianali e altri locali.
La pulizia in camerata toccava sempre ai reclusi e la disciplina affidata al capo-stanza, il nostromo nel nostro caso. Per l’igiene non si transigeva!
Mazza non mi fece ramazzare. Se avesse deciso di chiederlo, avrei obbedito senza profferire verbo.
Seguivano, senza alcun prestigio, i lavoranti ovvero panettieri, acquaioli, falegnami, meccanici e spesini. Camosci, assegnati in calzoleria. Scrivani, addetti alla tenuta di registri contabili, carico e scarico viveri e biancheria, compilazione di periodiche statistiche e copia manuale di documenti non secretati.
Gli scrivani (o scrivanelli) coadiuvavano alla consegna di sigarette e tabacchi dopo aver raggiunto i reclusi e sostato presso i cancelli delle loro stanze. Accompagnati da un agente e dal recluso incaricato di trasportare la merce. Si assurgeva a dignità di scrivanello se in possesso di un decente titolo di studio e di calligrafia presentabile. Dopo avere naturalmente ottenuto il consenso dal Comandante verosimilmente al corrente del comportamento abituale di ciascun aspirante all'ambito incarico.
Era possibile saperne di più sulla personalità dei soggetti prescelti con l'esame delle loro lettere, anche dal punto di vista estetico. Giunse uno scopino e ritirò il sacco dei rifiuti dopo essersi avvicinato a me ed avermi confidato:
“Ti porto i saluti di tuo padre.”
Il superiore stranamente ignorò l'infrazione.
Lo scopino si chiamava Getulio ed era levigato in testa come una palla di biliardo. Si trovava in carcere per furto di arredi sacri.
Il nostromo commentò, acre:
“Avete unto le ruote.”
Che importava a lui delle nostre faccende?
Proveniente dal cubicolo di centro ecco la voce di mio padre che chiese: “Come va la salute?”
“Ottima. Domani sarò in infermeria.”
“Cerca d'essere sempre prudente.”
Ben si trovava nella quattro e Teo nella sei. Ambedue, come me del resto, in compagnia di reclusi-soldati provenienti dalle altre province italiane. Pochi i corregionali tra i quali tal Flora (nella stanza insieme a Ben) del quale avremmo presto assistito alle imprese.
Questi gli uomini con cui spartivamo il mondo laido di soprapazzo. Ben Micciché, la sera dell'ingresso in carcere, era stato isolato, in seguito trasferito nella quattro. “Aria a volontà, anche per te politico.”
Ci avviammo all'uscita della sezione e subito mi accorsi che Teo mi seguiva da presso. Sicuro d'essere sorvegliato, allungai il passo per evitare che mi affiancasse. Ben, seduto sulla branda collocata presso il cancello, fumava in attesa del suo turno d'aria.
Il superiore ci precedette fino al cubicolo a noi destinato, a pochi metri dalla scaletta circolare metallica che portava ad una piattaforma dall'alto della quale un agente armato di moschetto sorvegliava i passeggi sottostanti.
Mazza mi indicò l'edificio che accoglieva il terzo braccio, la segregazione e il settore femminile.
Ci scaldammo ai raggi del sole primaverile e il nostromo mugugnò per il caldo che già s'avvertiva.
Adoravo il clima a volte torrido della mia città! L’agente di custodia, trascorsa l'ora del passeggio, ci invitò a rientrare. Nei giorni che seguirono chiesi di restare in stanza durante l'ora del diporto. Rifiutarono. Gli ordini che riguardavano noi, dissero, erano di tenerci sempre d'occhio e non permetterci di fraternizzare con i reclusi comuni.
Avrei compreso i motivi del drastico diniego se fossi rimasto in compagnia di altri, ma ciò non accadeva perché i reclusi, per nulla al mondo, avrebbero rinunciato ai sessanta minuti d'effimera libertà. Cercai di mettere ordine nei fatti di mia conoscenza. Ero sereno, affatto scosso dagli eventi che incalzavano. Neanche il sequestro, da parte di alcune polizie che indagavano congiuntamente, d'armi e munizioni in casa Perfetti, mi preoccupava più di tanto. Quali, infine, le conseguenze dell'appartenenza al Cinquantunesimo Battaglione Allievi Ufficiali Bersaglieri, in seguito chiamato 51° Montelungo 1943 trasferito l'8 dicembre, stesso anno, sull'infuocato fronte di guerra di Cassino? Trascinata da scopini, giunse madama la Marmitta e un mestolo versò broccoli fumanti nelle gamelle tese attraverso lo spazio ricavato al centro del cancello.
Il nostromo, ritirata la razione, suggerì che quel brodo di scimmia spettava anche a me.
Lo autorizzai a prelevare la mia pozione e spartirla con altri, a turno.
Messi a tacere i brontolii dello stomaco, i detenuti sedettero sui sacchi per fumare e intanto discutere. Altri passeggiarono.
Ai soldati era proibito coricarsi in branda durante il giorno e dormire al buio.
Considerai che non sarebbe stato arduo cogliere di alcuni di quegli uomini i moti interiori meno riposti.
Anzivino, ad esempio, si mostrava come un libro aperto pronto ad essere letto e commentato. Affetto da turbe psichica era destinato al manicomio criminale tristemente noto di Aversa. Ebbi modo di sincerarmene, era preso per la sua terra di Puglia, la famiglia e i suoi cavalli.
Toccò per ultimo al nostromo passeggiare - soltanto lui, per il rispetto che tutti, compreso me, gli dovevamo - il tratto cancello-finestra-cancello. Camminava e conteggiava i transiti. Era imbronciato, o fingeva d'esserlo, e l'aveva con me: gli avevo confidato d'aver conosciuto (durante la mia permanenza a Bari) una donna di nome Lucia. M'investì: Lei, una mia amica!
Una coincidenza singolare, improbabile.
Mi informò in seguito d'aver avvertito 'una brutta stretta allo stomaco' nell'ascoltare le mie confidenze su orari, aspetto fisico e impegno lavorativo della gentile signora. Ero incorso in una topica colossale!
Considerai di dover rimediare soltanto dopo aver ricevuto un chiaro messaggio intimidatorio.
In attesa di farlo, giurai a me stesso che mai più in vita mia avrei fatto confidenze a chicchessia.
Di qualsiasi natura e importanza. Prima severa meritata lezione galeotta.
Mazza marciava impettito evitando d'incrociare il mio sguardo. Decisi di affiancarlo. Gli dissi…
“Vengo con te.”
Camminammo e discutemmo, ma non riuscii a rabbonirlo, neanche un po'. Giunsero due scopini e mi consegnarono la fornitura: la brocca per l'acqua, la gamella per la minestra, il cucchiaio di legno, la coperta di lana di fattura militare e il pagliericcio. Niente forchetta, nemmeno coltello. Per legittima precauzione.
“Appena ti porteranno la branda prepareremo il letto nell'angolo. Ho deciso di cederti il mio posto.”
Annunciò il nostromo ad alta voce. Rifiutai il privilegio: d'un privilegio si trattava. Il recluso assegnato alla consegna del cibo spedito da casa, versò la mia casanza nella gamella. Dal gomito lasciava pendere un sacchetto di tela contenente alcune mele, dieci zollette di zucchero, lo spazzolino per i denti, due matite dal tratto morbido, il sapone e la biancheria. Oltre ad alcuni quaderni con impresso sui frontespizi il timbro della direzione carceraria. Da un'idea di Francesca, mia madre!
Ogni cosa trascritta su di foglio che restituii firmato in calce per ricevuta.
Lo scopino, prima di andarsene, chiese…
“Hai biancheria oppure altro da restituire?”
“La consegnerò domani. Per favore informate intanto i miei che desidero del latte.”
Lo scopino, accettata la mela che gli offrivo, incrociò l'indice e il medio della destra e, dopo averli avvicinati alle labbra, giurò che avrebbe riferito al signore che attendeva oltre la ruota dell'accettazione.
Chi si era prestato a portare la casanza ad un presunto e pericoloso eversore? Lo appresi in seguito.
Consumai la pietanza seduto accanto ad Anzivino che chiese, e ottenne, d'assaggiare la pasta asciutta. Il nostromo, contrariato per l'attenzione riservata a Rocco, ma dimentico d'avere appena ingozzato due razioni di brodo di scimmia, senza spartirle con altri, allungò il broncio a dismisura. Considerai opportuno non attendere oltre per illustrargli le ragioni delle attenzioni riserbate ad Anzivino, messo davvero male in arnese.
Il giorno successivo Mazza, inaspettatamente, mi confidò d'avere apprezzato il mio comportamento sin dal giorno del nostro primo incontro.
La tesi della sceneggiata non era dunque peregrina!
Nel pomeriggio portarono la branda per me e il nostromo tornò alla carica: se avessi ancora rifiutato la soluzione da lui suggerita, si sarebbe offeso.
Risposi che il posto nell'angolo distante dal collettivo spettava a lui. Avrebbe commesso un'imprudenza se l'avesse ceduto: la sua autorità, mai messa in dubbio, ne avrebbe sofferto. A me bastava essere sistemato presso la finestra. Così fu, con soddisfazione generale.
Avevo segnato un punto doppio a mio favore.
Approntato il giaciglio, montai sul ripiano in cemento della finestra.
La notizia degli arresti era corsa in città e gli amici si sarebbero fatti vivi. Esistevano tanti modi per farlo.
Nessuno venne e nemmeno scrisse. Ne compresi le ragioni.
Al loro posto giunsero invece le nostre buone amiche: Ines Aristodemo, Franca D'Amelio, Emma Fasanella (innamorata di Teo), Mariella Siciliano, Maria Filice (la ragazza tutto pepe di Ben).
Alle giovani s'accompagnava mia sorella Maria che, un pomeriggio, prima di andarsene, informò ad alta voce - l'agente di guardia in strada lasciava fare - che mia madre sarebbe presto venuta a trovarmi.
Francesca, saggiamente, mai venne a soprapalazzo.

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