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La stagione dell’ira - Capitolo 1

Capitolo Primo

Siamo venuti al mondo
per sentire la gioia della luce,
per vedere il sole.

ANTONINO ANILE

30 aprile 1944 - Un mesto venerdì.
I familiari convenuti nell’ex palazzo del fascio - da alcune settimane adibito a sede periferica dell’Arma - furono informati che, prima di notte, saremmo stati trasferiti al carcere centrale cittadino.
Nell'ingresso del grande isolato sostavano i familiari di Ben e di Teo; i miei non si erano ancora fatti vivi.
Ero appena tornato dal breve interrogatorio al quale ero stato sottoposto e l’ordine di trasferimento al reclusorio di Colle Triglio, nella città alta, era arrivato da poco. La nostra permanenza in camera di sicurezza, infatti, aveva superato due giorni previsti dalle disposizioni vigenti. Ci restituirono gli effetti personali depositati in fureria il giorno dell'arresto e ci permisero, senza obiettare, di accomiatarci dai numerosi presenti.
Un gruppo di uomini dal comportamento risoluto - appartenenti alle nuove formazioni partigiane cittadine - vigilavano. Furono costoro a consigliare ai carabinieri d'essere prudenti e di usare le catenelle in bella mostra sul tavolo della guardiola. Era disposto altrimenti e, quella sera, non avemmo modo di apprezzare la stretta gelida dei ferri attorno ai polsi.
Ci avviammo, scortati da tre militi armati di pistole, lungo Via Roma, Rivocati e Corso Telesio immersi nell'oscurità (vigeva ancora il coprifuoco) diretti speditamente al reclusorio giudiziario di soprapazzo. La porta d'ingresso si aprì per lasciarci passare. Eravamo in trappola, ormai costretti in un mondo sconosciuto. Ci precedette il più anziano degli uomini della scorta. Ben Miccichè commentò, senza convinzione:
“Sarà per pochi giorni.”
Intorno, il silenzio, sovrano.
Deponemmo il nostro pane e il companatico sulla lunga panca addossata ad una parete mentre il carabiniere, da noi sollecitato, chiese al secondino di fare il possibile per sistemarci insieme in una cella. Ricevette un cortese rifiuto. Disse che gli ordini che riguardavano noi erano simili a quelli diramati per quanti, della partita, ci avevano preceduto in carcere di qualche giorno. Chiedemmo al milite di fare qualcosa per nostro conto prima di rientrare in caserma. Avrà scordato respirando l’aria della bella notte primaverile.
Rimanemmo soli con l'agente di custodia intento a trasferirsi da un tavolo ingombro di grandi registri a un monumentale leggìo. Andava veniva annotava e trascriveva. Qualunque cosa facesse avrei rinunciato volentieri alle sue attenzioni.
Provai a immaginare le celle che tra poco ci avrebbero ospitato. Buie, fredde, con il soffitto a crociera?
Mi sarei abituato all'oscurità e al resto! Le fantasie giovanili!
Un recluso, indossava una casacca a larghe strisce verticali grigie e nere, apparve sull’uscio e informò il custode. “Superiore, ho appena finito di sistemare tutti i viveri e il resto in magazzino.”
L’agente, di rimando, rispose:
“Non fare ancora il pesce in barile con me e rientra subito in camerata.” Rivolto a Ben, chiese…
“Il tuo nome, la professione e la residenza.”
Seguirono le risposte puntuali.
“Ora allunga la mano destra.”
Il superiore gli imbrattò i polpastrelli con un minuscolo rullo felpato imbevuto d'inchiostro denso e scuro. Dopo averli capovolti, li fece aderire in calce ad un registro. Era il primo tomo galeotto sul quale s'imprimevano le impronte e si trascrivevano le nostre generalità. Appena dopo l'agente rivolse a Teo Pastore le stesse domande poste a Ben e, per ultimo, anche il foglio a me destinato si riempì di scrittura quasi illeggibile. Infine, l'agente rivolto a me, chiese:
“Conosci il tuo omonimo, fermato l'altro ieri?”
“Il nome?”
Consultata la rubrica degli ingressi rispose:
“Gustavo.”
“Mio padre.”
Ecco perché non avevano ancora chiesto di me. Chi avrebbe dovuto non era in condizioni di farlo.
Seguimmo il secondino nell'adiacente spogliatoio per depositare quanto avevamo addosso. Consegnai le stringhe delle scarpe, una catenina di modesto valore, la cinghia dei pantaloni, il portamonete con poche lire e il documento di riconoscimento. Elencati e riposti gli oggetti in un grande armadio, l'agente invitò Ben a togliersi i vestiti dei quali palpò accuratamente le fodere e le ribattute. Alcuni minuti dopo insieme a Teo fummo sottoposti all'identico rituale. Giunse, intanto, un altro agente che invitò Ben a seguirlo. Anche Teo fu presto ingoiato dalla penombra e, buon ultimo, mossi anch'io dietro il Caronte che mi traghettava nel regno della bestemmia e della maledizione.
Superati due cancelli, m'investì un soffio d'aria e rividi le stelle, la falce luminosa in cielo, le nuvole simili a immense bolle sospese nell’infinito.
Alle immagini, stupende, ben presto si sovrappose il profilo d'un agente armato di moschetto mentre l'illusione della libertà si spense sotto la grigia volta d'un corridoio. Superato l’ingresso della stanza cinque del primo braccio, piano terra, sostai a cospetto di due file di brande convergenti verso l'unica finestra.
Al nostro apparire un recluso protestò e avanzai con maggiore prudenza. Una lucerna ad olio illuminava l'ambiente proiettando sulle pareti ombre mobili e grottesche. Un altro detenuto, disteso sul giaciglio, sollevatosi sui gomiti sibilò al mio indirizzo:
“Sei un militare anche tu?”
Senza attendere risposta, tornò a distendersi. L'orologio del Palazzaccio batté dodici colpi. Erano trascorse quasi due ore dal momento in cui avevamo superato l'ingresso della prigione e una nuova esistenza aveva già inizio per noi. Non restava che fare buon viso a cattiva sorte.
Le indagini erano iniziate da settimane e la matassa s'ingarbugliava. Esisteva una sola certezza: avevamo imboccato una strada parecchio accidentata senza sapere ove saremmo finiti e se mai saremmo giunti a destinazione. Rimuginavo quando un rumore indiscreto mi riportò alla realtà. Il tratto acceso d'una sigaretta mi fu gradito. Entrarono due agenti. Il primo, munito di lampada all'acetilene, procedette alla conta serale. Aveva baffi lunghi e ritorti. Chiese:
“Sei tra coloro che sono arrivati oggi?”
Annuii. L'altra guardia s'apprestò a sollevare le coperte dal capo dei dormienti. Seguirono vivaci proteste.
Ci raggiunse un terzo secondino che, montato sui bordi d'una branda collocata presso la finestra, scosse energicamente la prima grata.
Notai lo spessore del doppio filare di sbarre. Dopo aver serrato la porta e il cancello, i custodi raggiunsero l'uscita del corridoio. Appena dopo Il recluso del posto d'angolo mi invitò:
“Se vuoi, ora puoi venire da me.”
Lo raggiunsi e gli offrii una sigaretta. La prese, ringraziò, aggiunse:
“Da oltre un mese non ne fumo una intera.”
Accesi a mia volta. Chiese.
“Cosa hai fatto di grave per trovarti dentro?”
Gli dissi di me, in breve.
“Politica, gran brutta bestia.”
“Tu sei in carcere per…”
Aspirò una profonda boccata di fumo e rispose:
“Diserzione. Ero imbarcato su un nostro sommergibile. Mi chiamo Mazza e sono di Bari.”
Era credibile, soltanto in parte.
Avrei continuato volentieri a conversare, ma lo impedivano le rinnovate proteste.
“A domani.” Dissi. Non prima d'aver colto il suo gran disappunto per i motivi che avrei appreso il giorno seguente.
Raggiunsi il pagliericcio assegnatomi.
Avevo, nel tempo, dei reclusi appreso torbide storie, a volte raccapriccianti, ma non era sempre così.
Rivissi il mio passato, gli ultimi giorni in particolare e finalmente sprofondai nel sonno ristoratore, provvidenziale. Non prima d'aver ricordato alcuni versi di Charles Baudelaire. Da I fiori del male… Il mio spirito e il mio corpo
ardentemente invocano il riposo.
Con il cuore pieno di funebri sogni
mi stenderò supino e mi avvolgerò
nei vostri veli, rinfrescanti tenebre!

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