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La Stagione dell’Ira - Presentazione

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Presentazione di Massimo Donato

La mia non ha la pretesa di essere la prefazione ad un libro, nemmeno una presentazione formale. È una semplice istantanea, non una fotografia completa nella quale sono definiti lo sfondo, le linee ed i contorni, le ombre e le luci. Particolari che renderebbero più comprensibile la lettura di un’opera come La stagione dell'ira che descrive le drammatiche esperienze - ci si augura irripetibili - di come si consumò gran parte delle passioni civili di un'intera generazione di giovani del nostro ultimo dopoguerra. Dentro e fuori dal carcere.
Ho letto, questo sì, con scrupolosa attenzione e con interesse una copia inedita dell’ultima fatica letteraria in ordine di tempo che Giardini ha portato a termine dopo un non breve percorso e le impressioni che ne ho ricavate sono tutte positive, per ideazione e rigore della scrittura. Se la copia pervenutami fosse nei miei confronti una sorta di delega all’imprimatur, ebbene, la mia risposta sarebbe la convinta riconferma delle sue doti di scrittore moderno e dell’uomo. Con La stagione dell'ira Giardini non ha fatto semplicemente un buon lavoro, ha scritto un ottimo libro, un'opera di ampio respiro corale. Non un parlare di sé con se stesso, perché non soltanto di un solitario viaggio nella memoria si è trattato, né della ricerca di risposte agli interrogativi esistenziali che gli urgono dentro, bensì di un succedersi di scoperte del mondo sconosciuto e sotterraneo di un'umanità composita ma in eguale misura disperata, dolente e smarrita, quasi consegnata al proprio destino. L’Autore partecipa esterrefatto alle vicende giornaliere e drammatiche del carcere, considerato come una specie d'inferno terreno e ne descrive le pene, mentre il suo è vissuto con il dolore di una prigionia fisica accidentale, perché i pensieri del suo spirito libero corrono altrove, in un posto qualsiasi e perciò in nessun posto ove sia possibile sopprimere un’idea o usarle violenza.
Ora, a lettura completata, seguendo il filo del discorso narrativo, vanno considerate un paio di cose egualmente importanti sotto il profilo concettuale e filologico che mi preme mettere in rilievo. La prima consiste nell’inserimento, nel lungo racconto, di figure, ritratti e biografie di personaggi singolari, nel bene e nel male, taluni dei quali fanno parte della nostra memoria collettiva. Tutto questo non come parti estranee al contesto, distinte, avulse dalla concezione e dall'idea globale dell’opera che l’Autore si era proposto di realizzare, ma quali tasselli insostituibili di un unico immaginario puzzle creativo, funzionali alla materia illustrata. In altri termini, si tratta di una galleria originale di medaglioni di contenuti storico-divulgativi pregevoli. E simbolico-culturali. Che consiglio di non perdere!
L’altra riguarda l'operazione intellettuale che Giardini compie nel suo approccio nei confronti del concetto di Storia e in modo particolare della sua personale che egli ama definire minore. Il modo con cui la scruta, la interpreta e soprattutto la vive; le circostanze e le situazioni drammatiche, gli accadimenti e fatti del tempo al limite del disastro sociale che Giardini rivisita, attraverso l’opera mediatrice della memoria, diventano occasione per trasmettere stati d’animo e sentimenti, confidare intrecci di sensazioni umane straordinarie che sarebbe impossibile elencare per poterle rivivere senza l’ausilio della penna dell’Autore che le descrive. Compresa, ovviamente, quella fragilità di uomini messa a nudo dinnanzi all'imponderabile, alle paure inconsce e agli agguati psichici. Confessata pubblicamente senza l’obbligo di doversene vergognare: una sorta di catarsi della funzione mnesica, un umanesimo riscoperto della cultura che pone al centro delle nostre riflessioni e delle nostre critiche l’uomo e il suo essere persona. Chiunque essa sia e qualunque idea abbia del mondo e della vita perché, come afferma Gino Corallo, ontologo ascoltato dei nostri tempi la persona umana nel suo complesso non è mai né parte di altri enti né mezzo per altri fini. Alla luce di ciò che precede, quando si trattò di inserire Giardini nell’Antologia degli Autori contemporanei - Brutia Tellus - e di trovare una sua collocazione letteraria nel panorama della cultura regionale, e non solo, fu facile associare alla connotazione di autobiografismo lirico gran parte della sua produzione narrativa. Per onorare, a riguardo, un debito di completezza, c’è da aggiungere che il viaggio nella memoria che Giardini compie verso il suo passato non vuole essere il ritrovamento rituale di un mondo in cui, come per una sorta di mimesi immaginaria, confluiscono il tempo e la storia o da cui partono la vita e l’uomo. Talvolta è una dolorosa ricerca di quello sconosciuto che è dentro di noi di cui parla Edward Stein o lo stupore, implicito e sottaciuto, dinnanzi alle antiche inquietudini e collettive disperazioni. Spesso è persino l’ascolto riverente della lezione del vissuto, del proprio e quello altrui, che gli corre accanto in certi momenti critici ed è sempre un parlare del cuore, una scoperta ininterrotta di stati emotivi conflittuali, uno spostare passo dopo passo l’intimità dei propri pensieri e riflessioni oltre i confini del nostro cielo visibile.
Massimo D’Azeglio nel suo celebre libro I miei ricordi e precisamente nel capitolo introduttivo che va sotto il titolo Origine e scopo dell’opera scrive…
Intendo non tanto narrare le mie vicende quanto fare di me uno studio morale e psicologico, cercando di conoscermi e descrivere a fondo la mia natura, rintracciando al tempo stesso le cause che la migliorarono talvolta e tal altra la resero peggiore. Se non prendo errore, questa specie di autopsia morale riuscirà più che utile, sia a chi educhi gli altri, sia a coloro che comprendono dovere ogni uomo sino al suo ultimo giorno di vita attendere ad educare se stesso. Questi pochi concetti esemplari, che D’Azeglio ci addita, costituiscono senza alcun dubbio un passo in avanti del discorso semantico-esplicativo che si sarebbe dovuto fare per dare lustro all’autobiografismo di qualità del Giardini a cui si è fatto cenno.
Quel giudizio non è mutato neanche, e soprattutto, in vista dell’evolversi del linguaggio, della fisionomia della scrittura e della tecnica d’impostazione delle trame narrative che il Nostro ha compiuto nella sua attuale stagione letteraria di sperimentazione espressiva.
Per questi motivi e per altri ancora che non ritengo né marginali né secondari ed a costo di attirarmi l'eventuale critica dei critici insisto nel vedere nell'io narrante del Giardini una corrispondenza speculare tra il mondo dei pensieri e del sentire individuale e le ragioni della Poesia. Gli uomini - sosteneva Baudelaire in un mirabile affresco - cercano la vita nel mondo che li circonda, i poeti cercano il mondo dentro se stessi.
E tuttavia, al di là dei meriti letterari, che rappresentano la parte maggiormente pregnante di La stagione dell'ira, l’analisi che l’Autore fa delle sue disavventure giudiziarie, delle condizioni della vita carceraria e degli eventi bellici, ormai storicizzati, potrebbe rappresentare un importante punto di riferimento e un prezioso materiale didattico-documentario per quanti volessero compiere ulteriori approfondimenti storiografici su quel particolare periodo tumultuoso e controverso della vita del nostro paese e del tipo di società che ne stava per venir fuori, di cui siamo testimoni non pentiti.
Termino queste note con una frase lapidaria di Euripide che mi frulla in testa fin dall’inizio del mio excursus. Il tempo racconterà tutto ai posteri!
Una cosa, in ogni caso, è sicura ed io me lo auguro vivamente: quando il libro di Giardini vedrà la luce nella sua stesura definitiva,
La stagione dell'ira sarà meno suo perché apparterrà di più a tutti noi.

Massimo Donato

 

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