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Sognando Una Terra Lontana

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FOZ DE IGUAZU’ - Un incontro casuale quello con Luciano Ricioppo.
Ho notato il docente che si accompagnava ad un gruppo di giovani studenti ai quali sembrava illustrare le meraviglie faunistiche e botaniche del territorio. Due ragazzi, poco dopo, mi pregano di scattare alcune fotografie che riprendano il gruppo con sullo sfondo le spumeggianti cascate e i salti di San Martin e Victoria.
Segue la nostra presentazione. Appresa la mia nazionalità, l’educatore sorride e si qualifica italiano originario di Cerzeto, comune che si trova nell’immediato entroterra della città di Cosenza. Risalita la valle per sentieri e gradini cementati nel verde, proseguiamo nella conversazione già felicemente avviata.
Ricioppo si dice lieto dell’incontro. Anche io lo sono. Il caso a volte riserba gradevoli sorprese.
Le sue confidenze prendono l’avvio.
“Sono nato a San Pedro, località non lontano dal posto ove ci troviamo ora. Conosco l'Italia soltanto attraverso i depliants turistici e le cartoline ricevute nel tempo che non rendono giustizia alla sua bellezza. Posso immaginarla, questo sì, da notizie acquisire nel tempo. Una terra che amo e che mi riprometto di visitare appena  possibile. Sarei felice se accadesse e resterei un bel po’ nei luoghi ove sono nati i miei. Conoscerei i parenti che ancora vi risiedono. Per il momento posso fare soltanto ricorso alle storie narrate da mio nonno paterno che si chiamava Armando.”
Ricioppo assicura che, se verrà in Italia, si farà sentire. Intanto annota il mio recapito e prosegue:
“I miei possedevano due modesti appezzamenti di terreno. Uno in agro di Torano, in vista della pianura del Crati. Seminato a grano. L'altro, in montagna: poche tomolate coltivate a verdure di stagione e patate.”
Il tempo scorre e il sole si avvia al tramonto.
“I miei parlavano del loro paese e richiamavano le contrade conosciute: Serafinello, Timpone, Scescio, Colombra, Mongrassano, Rota Greca, San Benedetto Ullano, Cervicati e Serra di Leo. C'era un pensiero per tutto e per tutti, in particolare per gli amici dei quali amavano ricordare i nomi. Elencavano i prodotti ricavati dalla terra. Le castagne, poi, sulle quali si contava perché avrebbero consentito nei tempi di magra di risparmiare. Quelle non buone servivano per i maiali. In ottobre, mese di funghi e matrimoni, si raccoglievano tra le felci e sui bordi della scarpata che delimitava l’appezzamento a valle. Il terreno era rastrellato prima del raccolto. Dopo averle selezionate, riposte in sacchi di tela che - presi uno per volta dagli angoli - venivano battuti su un ceppo di legno finché i gusci non si staccavano del tutto; poi, sparse sui teli stesi per terra, erano spartite per grandezza e bontà. Le migliori erano conservate in contenitori di creta, rinchiusi e poggiati sul pavimento dopo averli capovolti.”
Leggo sul viso di Riccioppo un sottinteso invito a dire la mia. Sottrarmi? Perché dovrei?
“E' come voi dite. Il castagno copre gran parte della Calabria. A giudizio degli esperti, da tempi remoti e fino agli anni cinquanta di questo secolo, ha rappresentato un apporto notevole per la sopravvivenza delle popolazioni oltre che per il legno della pianta e la difesa idrogeologica del territorio. La sua coltura è andata gradualmente allargandosi oltre i confini del naturale habitat. Con l'esodo dalle campagne e per le mutate esigenze alimentari delle popolazioni rurali, la sua cura si è allentata. Oggi si avverte rinnovata attenzione verso la pianta. Conosco Cerzeto e San Giacomo, Cavallerizzo e i comuni limitrofi. La nascita di Cerzeto risale alla seconda metà del XV secolo.”
“Continuate a parlare, abbiamo ancora tempo.”

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“Cerzeto è stato edificato dai profughi provenienti dall'Epiro giunti in Italia intorno al 1520. Si chiamava Cercito, poi Cersito, infine Cerzeto, sito di querce. L’abitato si trova presso la testata del Turbolo, torrente dalle acque tumultuose. A due chilometri di distanza, il casale di San Giacomo. Cerzeto e San Giacomo sono conosciuti in relazione ai moti insurrezionali del 1837, del 1844 e 1848. Insieme ai fratelli Bandiera sono caduti sotto il piombo borbonico alcuni suoi figli migliori. Ha dato i natali a Giuseppe Petrassi, scrittore e patriota. Ricordo che mi recavo a Cerzeto durante l’annuale festività di San Giacomo, nel mese di luglio. Cavallerizzo? E’ stato fondato nel 1500 dal capitano di ventura Madotto di Taverna che poi divenne vice-duca di San Marco e partecipò alla battaglia di Lepanto con il titolo di Cavaliere di San Giorgio.”
“Non conoscevo questi particolari.”
“Ho avuto modo d’incontrare il professor Nico che mi ha regalato un suo libro sui casali.”
Luciano Ricioppo riprende a parlare.
“Ho sempre in mente quanto appreso dai miei. Anche del miele e del grano. In montagna, a margine della nostra terra, c’era un alveare. Parlavano della giurranda, il fiore del castagno e delle api che non gradiscono la presenza di quanti vivono al chiuso delle case. Dopo la raccolta, il miele si gustava spalmato sul pane fresco di forno. Ricordo quei momenti anche se li ho vissuti attraverso le confidenze dei miei. Li rivedo sollevare i coperchi delle arnie per trarne i favi. Nei loro gesti ritrovo la saggezza antica della nostra terra. Le api si agitavano mentre le donne approntavano i torchi, lavavano i contenitori ed eliminavano la cera. Il miele era subito venduto ai commercianti che lo rivendevano a Cosenza. Mi sento orfano di quell’universo, di quella terra che spero conoscere un giorno. Si lavorava sodo e ci si alzava di buon mattino per raggiungere i nostri terreni. Giunti sul posto si consumava la prima colazione. Gli altri contadini ci aiutavano nel lavoro: avremmo ricambiato il favore. Era necessario controllare le lama delle falci. Spesso arrivavano le crisi alle quali ho già accennato, immancabili dopo le frequenti siccità. Se il raccolto del grano era insufficiente, bisognava far ricorso al pane ricavato dalla castagna, non sempre gradito. Il terreno era coltivato a grano e la fatica per falciare e preparare i covoni tanta. Quella terra, purtroppo, non è più nostra.
Seguì la diaspora senza ritorno.”

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