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1 Dicembre 19..

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  Un tappeto di piccole foglie variopinte, già in parte macerate dall'acqua piovana di quei giorni, ricopriva il selciato. Dio quanto aveva piovuto...! Per giorni e giorni non si aveva avuto tregua e il tamburellare della pioggia aveva accompagnato ogni azione e pensiero.
Di notte s'ingigantiva come nenia assordante, di giorno si miscelava ai rumori della città.
Rivoli di acqua piovana s'incanalavano giù per le strade in discesa, creando dei piccoli vortici tra i pali della luce e le ruote della macchine posteggiate. L'acqua spinta da un vento impetuoso si infiltrava dovunque...
  Impotente lei osservava il mondo fuori. Aveva tante cose da da svolgere, tanto lavoro da portare a termine, ma una strana indolenza la rendeva riluttante a fare qualunque cosa che non fosse stare lì, con la fronte appoggiata al vetro freddo della finestra del suo studio, che andava via via appannandosi. Piccoli ricordi e qualche nostalgia fermavano il tempo.
  Un tetto di lamiere veniva ora bombardato da una fitta grandinata. Grossi chicchi di ghiaccio spuntavano un po' dovunque, saltando, comportandosi come proiettili e imbiancando ben presto tutto. Questione di pochi minuti. La pioggia, riprendendo a cadere fitta fitta, scioglieva il manto di grandine.
  Sulla strada inondata si vedeva un solo ombrello semiaperto, tenuto da un esserino con le scarpe più grandi di lui, le mani piccole, gonfie, rosse dal freddo; a stento avanzava, ora inzuppandosi fino alla caviglia, ora vacillando, ora fermandosi per il forte vento.

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  Aprì la finestra. “Che fai lì?... Sali su...” -lei gridò, sporgendo in fuori la testa e ritirandola un minuto dopo, già brizzolata di pioggia. L'ombrello si fermò, girò su se stesso, quindi, più veloce, si avviò verso il mio portone.
  “Ma!! Guarda un pò, se lo dovevano fare uscire con questo tempo” -pensò alterata-
“Avanti, dimmi, che ci facevi sotto questa pioggia?” assalì un piccolo bambino, dai capelli rossi mal tagliati e dall'espressione spaurita, piegandosi sulle ginocchia per essere all'altezza dei suoi occhi furbi. “Beh, io sto giocando, signora medico, e poi ci sono i due gatti, che aspettano di mangiare... A me piace camminare sotto la pioggia, fa freddo, però è bello e poi, ve l'ho detto,... ci sono i gatti che mi aspettano!!”
  Il bambino parlava con una serenità e una logicità disarmante; il suo mondo rispondeva a regole ben precise che non avevano a che vedere con l'infuriare del tempo fuori. Le sue esigenze non badavano a niente che il buon senso delle cose comuni potesse far pensare; piccolo per età, circa undici anni, sotto peso, scarsamente pulito, un ciuffo di capelli rossi eternamente sugli occhi.
  Lo ricordò appena era nato: il terzo figlio di una coppia in miseria. Lavoravano tutti in quella casa, ma saltuariamente, lasciando sempre un lavoro per un altro, nell'impossibilità di reggere la routine di uno solo; oggi bene, domani poteva andare male, ma il discorso non turbava. Il bambino era cresciuto con questa filosofia della vita e delle cose, così non aveva tardato a farsi un mondo tutto suo. Indipendente fin dall'inizio, per necessità di sopravvivenza, spesso lo incontrava per strada, mentre trasportava un grande vassoio, con tazzine di caffè fumanti, altre volte, seduto ai margini della strada sopra un fustino di detersivo capovolto, vendeva dei fiori, presi chissà dove.

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  Lo ammise a se stessa: era disarmante. Senza riuscire a dire una parola lo guardava attonita: i gatti? Quali gatti? E nel dirlo, notò un rigonfiamento della tasca nella giacchetta: avvolto in foglio di giornali, sporgeva un tozzo di pane. Già... doveva essere il cibo dei gatti! ... È giusto!... Che fa, se piove? Anzi, è pure bello! È divertente camminare sotto la pioggia ..... “Ciao, signora medico...!!!” gli gridava il bimbo di nuovo libero, scendendo lungo le scale e lei tornava ad appoggiare la fronte al vetro della finestra, tutto appannato, ripulendolo con la mano aperta.
  Fuori, di nuovo tutto si era imbiancato per un'altra fitta grandinata; le luci dei lampioni erano già accesi, nonostante non fosse ancora l'imbrunire. Il suo volto, riflesso sul vetro, appariva particolarmente invecchiato, stanco, con due grosse rughe intorno alle labbra. Il tempo, che era passato, non l'aveva risparmiata.
  Quella grandinata, con il manto bianco sui tetti, la riportava indietro nel tempo al ricordo di altre nevicate, al ricordo di un 1 dicembre del 19..., a Roma, durante la sua permanenza universitaria, quando assisteva alle lezioni di anatomia umana; anche allora tutto era imbiancato per una nevicata inattesa. Nel cuore la forza di mille leoni, la grinta di un esercito di giovani soldati, la mente in volo, verso fantasticherie giovanili di facili successi; allora, anche lei camminava sotto la pioggia incurante, anche lei andava contro il buonsenso delle cose comuni e rideva, finalmente, rideva ...

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  Una scrollata di spalle, una ravviata ai capelli, e decise di uscire anche lei per raggiungere il bambino, lasciandosi bagnare, volutamente, dalla pioggia incessante. Strano, non sentì più freddo; quel dolorino alla spalla non lo avvertiva più ... diceva, quasi quasi, di sentirsi bene, in forze. Raggiunse, sorridendo e tutta bagnata di pioggia, il bambino chinato sui gattini...
E già i gattini devono mangiare... è giusto... è bello....!

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