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Il Re

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Aveva appena smesso di piovere e rivoli d'acqua scivolavano lungo i marciapiedi. La strada era intasata da auto in sosta con foglie ingiallite dovunque a testimonianza della bufera di qualche ora prima.
La mensa annessa alla Chiesa era ancora aperta e una coppia con quattro figlioli sgambettanti e uno spinto in carrozzella, correvano verso questa, per il pasto gratuito di mezzogiorno.

Antonio li guardava da dietro i vetri della macchina ferma: era medico ormai da tanto tempo. Aveva finito di lavorare presto perché il maltempo aveva ridotto il lavoro in ambulatorio, ma aumentato le richieste domiciliari :fermo in macchina, stava studiando il percorso più intelligente e comodo per effettuarle, quando li aveva visti correre tutti insieme...
Le aveva tentate tutte per aiutarli, migliorare una situazione che anno dopo anno andava invece complicandosi con nuove nascite mentre già non c'era da mangiare per una bocca sola...

Nessuna prevenzione, nessun progetto di vita ma un incontro fortuito tra due disgraziati che si era consolidato, una convivenza e un figlio dopo l'altro, lavori saltuari, lei sempre in attesa o dietro una carrozzella e la ricerca della sopravvivenza quotidiana.

Scuotendo la testa Antonio girò la chiave nel cruscotto e mise in moto allontanandosi pensando già al lavoro che lo aspettava.

La coppia spesso veniva in studio a chiedere, una volta gli aveva inveito contro.
Parole su parole negli anni tra lui e loro spese a spiegare le regole elementari del vivere, della prevenzione.
Nulla.
Tutto gettato al vento: loro continuavano a vivere privi di prospettive.
Ma non lo sapevano quindi non ne soffrivano neppure e forse era la sola sofferenza che non avevano.
Li conoscevano ormai tutti. A volte vinceva la pietà e qualcuno metteva qualcosa in quelle mani grandi e piccole, ma più spesso la rabbia dettava una rispostaccia alla loro richiesta di un pacco di pasta o di pannolini.

Considerati persi, sopravvivevano.
Ma chi siamo noi a condannare? Giudicare?
Come si fa, con tanti minori, a non continuare a dare una mano?
Così pensava Antonio mentre accostava la macchina al primo parcheggio possibile.

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Gli toccavano cinque rampe di scala a piedi come ultima visita e come tutte le ultime visite, sempre all' ultimo piano per rendere più eroico lo sforzo di dare il meglio di sè anche a fine giornata.
Salendo, si fermava ad ogni pianerottolo e guardava fuori dalla finestra polverosa non per osservare ma per pensare, pensare ancora a loro.
Fu così che al pianerottolo del quarto piano prese il telefono e li chiamò.
“Pronto Vincenzo!”
“Dotto' ditemi ” gli risponde Vincenzo riconoscendolo subito “ c'è qualcosa per me? E' da molto che non mi date niente... dottò... ”
“Vincenzo sei venuto la settimana scorsa" puntualizzò già pentendosi perché per lui la settimana scorreva nella giusta misura ma, per chi arranca, una settimana può essere lunga quanto un mese...
“Venite domani pomeriggio che vi aspetto”.
Fermo all'ultimo piano, guardando il cellulare in mano, riprendeva il lavoro per terminarlo il prima possibile perché ora, si sentivo sulle spalle tutta la fatica del giorno.

“Chi viene?!?” lo assalì Beppe allibito entrando in studio
“E l' hai chiamato tu? Tu ? Ma dico, sei scemo? Non ti è bastata l'ultima volta ? Tempo perso, hai capito? TEMPO PEERSOOOO”Gli gridò l'amico contrariato della notizia.
Beppe era un tutto fare in studio, lo aiutava nelle varie mansioni, la gestione di uno studio medico così si pianificava: pulizia, acquisti dalla carta igienica al detersivo, disinfettante e guanti, al ritiro di ricettari, all'apertura dello studio per tempo per riscaldare l'ambiente nelle giornate invernali. Insomma indispensabile Beppe, quanto oculato e previdente nel cercare di arginare i casini in cui si trovava quotidianamente Antonio, per la sua incapacità a dire “no” o a limitarsi nel fare e nel dare.
“A te ti si deve rifondere il cervello tre volte prima di aggiustarlo” andava dicendo sbattendo di qua e di la le seggiole." A te ti devono rifondere e rimodellare....” ripeteva continuando a borbottare.
“E va bene ho sbagliato! Per questa volta l'aiutiamo e poi basta, va bene?”
“Si si va bene, sei proprio scemo tu, quelli li sono selvaggi... Vincenzo è proprio..."
Ma non finì la frase perché Vincenzo era lì davanti alla porta aperta con tutta la ciurma che aspettava, il piccolo di due anni stava ripulendosi il naso con due dita, quello di quattro si grattava la testa, la bambina di cinque guardava in terra tenendo in mano una vecchia bambolina.

Passò da quel giorno una settimana, poi due, poi tre, due mesi interi senza sentirli e vederli, nessuna richiesta mentre Beppe glielo faceva notare non so se con dispetto, con soddisfazione o per rimprovero.

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Antonio quella tarda mattinata era fermo con la macchina lungo la stessa strada alberata. Era dicembre inoltrato e non c'erano più foglie sugli alberi e in terra:i rami nudi erano abbelliti da ghirlande e luci intermittenti natalizie, mentre vicino all'ingresso principale della chiesa, che si vedeva infondo alla strada alberata, un grande albero di Natale occhieggiava con tante luci colorate.
Non so perché non mise subito in moto la macchina, pensava anche allora guardando quella strada alberata che gli piaceva in tutte le stagioni e che in ognuna di queste, sapeva offrirgli uno spettacolo nuovo che gli parlava all'anima.

“Dottò" - Vincenzo lo stava chiamando, mentre bussava ai vetri del finestrino-" Dottò!?"
“Vincenzo, che c'è? Come state?”
“E che volete, dottò, tiriamo... l'avete saputo no?”
“Che cosa, Vincenzo?”
“ Maria mi ha lasciato... si è innamorata... se n'è andato con Tommaso”
“ Tommaso chi?”
“Quello che vive accanto a noi, Tommaso il cuoco!”
“ E lei sta con lui? Accanto a voi? E i figli? Son rimasti con te?”
rispose Antonio incredulo.
“ Sì, sì!!! Lei con lui e io ... alla porta accanto, con i figli”
Seguì un lungo silenzio, mentre continuavano, entrambi, a guardarsi negli occhi.
“Dottò, che devo fare ...si è innamorata...” disse, quasi a giustificarla e scuotendo la testa .
“ Possiamo venire? .... Che voglio che le parlate”
“ A chi devo parlare, Vincenzo?”
“ A Maria!!!"


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E vennero insieme, come venivano prima di quei due mesi di buio e silenzio .... Lei confessò, con occhi languidi, di essersi innamorata e di essere felice, mentre Vincenzo la guardava senza rabbia, ma con la sofferenza di chi vede una persona cara, malata.
“ Non ce la faccio a tornare a casa, dottore!!! Sono felice, ora, ... non mi sono mai innamorata così, e mi voglio sposare ...... Non pensate male di me .... Mi volete bene, sempre?”
   Antonio la guardava: era ancora il medico, che osserva i sintomi, il medico che, clinicamente, si pone al fianco d'un malato d'anima e non può esserci condanna, bensì compassione......
Parlarono e parlarono a lungo, in tono mesto, senza nulla risolvere, alleggerendo, soltanto, la pena nel cuore di lei per caricarla su quella di lui.
  Il pianto dell'ultimo figlio mise fine al dialogo di sentimenti. Vincenzo si avvicinò a loro per congedarsi; si era fatto troppo tardi.....
“Dottò, vi abbiamo disturbato, buona serata; statemi bene ... dottò, dovete scusarci, è la madre dei miei figli, la devo aiutare...per me è sacra lo stesso... i figli son sacri...” Si accomiatava Vincenzo, prendendosela per mano e salutando con l'altra, mentre Antonio li lasciava andare, guardando Vincenzo come si guarda un re: il Re del decoro e della dignità, il Re dell'amore...

Per discutere dell'argomento, potete adoperare il nostro forum andando qui...

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