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Donna Clotilde Racconta - Capitolo XLII

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La gita a Soverato (4° parte) 

Testo Originale (con dialoghi in Dialetto Calabrese)


Consolazione per tutti i disagi patiti, trovo la mia stanza confortevole e fornita di una vista incantevole, così, dopo una doccia ristoratrice, non resisto alla tentazione di godermi il panorama dal terrazzo della mia stanza.
Giù, la strada è uno brulichio di gente, luci e colori. Il mare poi, è incantevole: un panorama decisamente mozzafiato. Questa volta sono convinta che, malgrado la cugina Memè, riuscirò a rilassarmi e godere di questo incantevole posto anche se, in verità, un po’ difficile da raggiunge.
Ho una fame da lupo. Mi vesto in fretta, mi trucco e mi precipito giù al ristorante dove mia cugina sicuramente mi sta attendendo. In effetti la trovo già seduta al tavolo che si è abbondantemente servita: davanti a se il suo piatto trabocca di tutti gli antipasti del buffet. Appena mi vede mi accoglie a bocca piena, con la sua solita finezza: “Clotì era ura!!” e non mi da nemmeno il tempo di sedermi che ricomincia:
“V’a pìgghjati ‘nc’una cosa a lu buffè prima ‘ma si pìgghjanu tuttu!” mi consiglia con eleganza. Mi guardo attorno: solo una coppia di anziani occupa un posto poco distante
“Ma se non c’è ancora nessuno!!” le faccio notare, ma lei non mi ascolta, un po’ per la sordità e un po’ perché ha già affondato la faccia nel piatto.
L’antipasto procede per il meglio fino a quando non viene il cameriere a prendere le ordinazioni.
“Le signore desiderano?”
“Per primo vorremmo due lasagne…” comincia Memè in italiano “stretto” come direbbe lei “per secondo, spezzatino con patate e per contorno ‘na parmigianèddha e pipareddhi arrustùti!” finisce precipitando nel dialetto “Cchì ‘ndà dici Clotì?” mi chiede. Domanda inutile: non mi ha dato nemmeno il tempo di rendermene conto! E poi, il cameriere ha già segnato tutto! Arrivo alla conclusione che la sordità renda una persona terribilmente pericolosa…una mina vagante insomma, soprattutto quando si trova in luoghi pubblici, anche se poco affollati, come il ristorante in questione.
“Veramente Memè…” azzardo alzando un po di più il tono della voce “io gradirei una bistecca con insalata!”
“Cchì?” chiede lei ancora con la forchetta in mano: non ha sentito nulla. Mi pare poco fine alzare ulteriormente la voce, così le ripeto la mia ordinazione cercando di parlare il più lentamente possibile e aiutandomi coi gesti.
“Si po’ sapira cchì stai dicendu?” mi risponde di rimando.
Il cameriere comprendendo la sordità della cugina e le mie difficoltà, prontamente mi viene in aiuto.
“RICAPITOLANDO…” comincia alzando notevolmente la voce “UNA LASAGNA, UNO SPEZZATINO CON CONTORNO DI PARMIGIANA E PEPERONI ARROSTITI, MENTRE LA SIGNORA…” e si gira verso di me con sguardo complice “BISTECCA E INSALATA!”
“No! No!” risponde Memè. Prendo esempio dal cameriere, accantono la finezza e le urlo nelle orecchie:
“IO, BISTECCA E INSALATA!”
“Clotì, bella e mammà…” mi risponde lei “hai e mangiàra…’on ‘u vidi comu sì rinduciùta?!”
“IO COSI’ STO BENISSIMO!” protesto vivacemente. Quante cose vorrebbero uscire dalla mia bocca in quel momento!!!! Ma mi limito a puntualizzare “NON CREDERE DI POTER ORDINARE ANCHE PER ME!”
“Clotì! Sì ti vidèranu i genti ca canuscìsti a lu nord, a prima cosa cchì dicèranu fusiera: comu ti sciupasti!! Ddhà a la calabbria ‘on ti facìaru mangiàra?-”
Il cameriere è tra il divertito e l’impaziente: la sala si sta riempiendo di avventori e qualcuno dimostra di essere particolarmente impaziente di ordinare.
“Allora signore?” chiede.
Lo guardo ormai all’estremo delle forse. Cedo e lascio che si compia il mio destino. Così dopo una quindicina di minuti compaiono davanti a me le lasagne al forno che detesto, idem lo spezzatino, la parmigiana poi un attentato alla mia gastrite: i peperoni arrostiti. Li adoro, ma mi tornano sempre su. Lei intanto sembra un pozzo senza fondo. Ingurgita tutto quello che il cameriere le porta davanti con una voracità inaudita; ogni tanto mi guarda e commenta: “Clotì! ‘on fara a lìndinusa!! Si ‘on ti piàce a lasagna ti fàzzu portara ‘ncun’atra cosa!!”
“BISTECCA E INSALATA!!” ribadisco testardamente.
“M’hai e spiegàra comu fai ma mangi si cosi cchì ‘on sannu e nenta!!” e chiama il cameriere per ordinare un’altra porzione di melanzane.
La cena finisce con l’ordinazione forzata di Memè di due coppe di panna cotta e nutella.
Alla fine di questa luculliana cena, il mio stomaco protesta vivamente.
ABBIAMO FINITO! FACCIAMO UNA PASSEGGIATA PER DIGERIRE!" le chiedo una volta nella hall dell’albergo.
“Davèru cchi mi stài dicèndu?!" risponde accendendosi l’ennesima sigaretta “Eu ‘on ’ncià fazzu cchiù!!” mi ‘nda vaju a lu lettu Clotì…ni vidìmu domàna!” La giornata è stata in effetti eccessivamente pesante, così non discuto nemmeno questa volta, anche perché non avrei più né forza né voce. La saluto e me ne vado a letto anch’io.
La mia stanza mi accoglie confortevole. Mi spoglio, mi lavo i denti e vado a dormire desiderosa di un sonno ristoratore. Ma i guai non sembrano ancora essere finiti: nella penombra, in dormiveglia, qualcosa mi passa davanti e va a posarsi sul mio letto. Spaventata, accendo la luce.
Orrore! Un animale di una certa dimensione, marrone, con le ali, viscido e orrendo è davanti a me, poi un altro ad ali spiegate attraversa la stanza alla volta del bagno.
Dimentico tutto ciò che riguarda educazione, signorilità e bon ton: la mia bocca si apre in un urlo disumano. Sono immobilizzata dal terrore e dal disgusto. Dopo qualche secondo miracolosamente mi squilla il telefono.
“Aiuto” urlo nella cornetta senza nemmeno chiedere chi sia, ma anche questa volta qualcuno sembra venirmi in aiuto: al telefono è il portiere dell’albergo. Mi ha chiamato perché il signore della stanza accanto si è spaventata sentendo un urlo disumano venire dalla mia stanza.
“Tutto bene signora?” mi chiede.
“Proprio per niente!!!" protesto “Ma come è possibile che in un albergo ci siano bestie del genere! È inammissibile!!” e furiosa gli spiego la situazione.
“Non si preoccupi signora!” cerca di tranquillizzarmi lui, mentre io guardo inorridita quelle bestiacce col terrore che mi saltino addosso “…sono solo blatte volanti!! Non fanno assolutamente nulla!!!” poi mi lascia assicurandomi che manderà subito qualcuno.
“La ringrazio" rispondo stizzita. Chiudo e aspetto col terrore negli occhi, in camicia e con i capelli scompigliati che arrivi quel qualcuno, mentre quelle bestiacce ogni tanto svolazzano qua e là per la stanza.
Dobbiamo purtroppo lasciare la nostra povera donna Clotilde nella sua stanza e, se il lettore avrà un tantino di pazienza, tra una settimana (scioperi e imprevisti permettendo), sapere come andrà a finire questa movimentata gita a Soverato.


Nota: Per chi non avesse familiarità con il dialetto calabrese, ecco a seguire la traduzione completa in italiano. 



Testo Tradotto (con dialoghi in italiano)

[spoiler title=""]Consolazione per tutti i disagi patiti, trovo la mia stanza confortevole e fornita di una vista incantevole, così, dopo una doccia ristoratrice, non resisto alla tentazione di godermi il panorama dal terrazzo della mia stanza.
Giù, la strada è uno brulichio di gente, luci e colori. Il mare poi, è incantevole: un panorama decisamente mozzafiato. Questa volta sono convinta che, malgrado la cugina Memè, riuscirò a rilassarmi e godere di questo incantevole posto anche se, in verità, un po’ difficile da raggiunge.
Ho una fame da lupo. Mi vesto in fretta, mi trucco e mi precipito giù al ristorante dove mia cugina sicuramente mi sta attendendo. In effetti la trovo già seduta al tavolo che si è abbondantemente servita: davanti a se il suo piatto trabocca di tutti gli antipasti del buffet. Appena mi vede mi accoglie a bocca piena, con la sua solita finezza: “Clotì era ora!!” e non mi da nemmeno il tempo di sedermi che ricomincia:
“Vai a prendere qualcosa al buffet prima che si prendano tutto!” mi consiglia con eleganza. Mi guardo attorno: solo una coppia di anziani occupa un posto poco distante
“Ma se non c’è ancora nessuno!!” le faccio notare, ma lei non mi ascolta, un po’ per la sordità e un po’ perché ha già affondato la faccia nel piatto.
L’antipasto procede per il meglio fino a quando non viene il cameriere a prendere le ordinazioni.
“Le signore desiderano?”
“Per primo vorremmo due lasagne…” comincia Memè in italiano “stretto” come direbbe lei “per secondo, spezzatino con patate e per contorno una parmigiana e peperoni arrostiti!” finisce precipitando nel dialetto “Che ne dici Clotilde ?” mi chiede. Domanda inutile: non mi ha dato nemmeno il tempo di rendermene conto! E poi, il cameriere ha già segnato tutto! Arrivo alla conclusione che la sordità renda una persona terribilmente pericolosa…una mina vagante insomma, soprattutto quando si trova in luoghi pubblici, anche se poco affollati, come il ristorante in questione.
“Veramente Memè…” azzardo alzando un po di più il tono della voce “io gradirei una bistecca con insalata!”
“Che?” chiede lei ancora con la forchetta in mano: non ha sentito nulla. Mi pare poco fine alzare ulteriormente la voce, così le ripeto la mia ordinazione cercando di parlare il più lentamente possibile e aiutandomi coi gesti.
“Si può sapere che cosa stai dicendo” mi risponde di rimando.
Il cameriere comprendendo la sordità della cugina e le mie difficoltà, prontamente mi viene in aiuto.
“RICAPITOLANDO…” comincia alzando notevolmente la voce “UNA LASAGNA, UNO SPEZZATINO CON CONTORNO DI PARMIGIANA E PEPERONI ARROSTITI, MENTRE LA SIGNORA…” e si gira verso di me con sguardo complice “BISTECCA E INSALATA!”
“No! No!” risponde Memè. Prendo esempio dal cameriere, accantono la finezza e le urlo nelle orecchie:
“IO, BISTECCA E INSALATA!”
“Clotì, bella di mamma…” mi risponde lei “devi mangiare…non vedi come ti sei ridotta?!”
“IO COSI’ STO BENISSIMO!” protesto vivacemente. Quante cose vorrebbero uscire dalla mia bocca in quel momento!!!! Ma mi limito a puntualizzare “NON CREDERE DI POTER ORDINARE ANCHE PER ME!”
“Clotì! Se tri vedessero le persone che ti conoscono al nord, la prima cosa che direbbero: come ti sei sciupata!! Là in Calabria non ti hanno fatto mangiare?-”
Il cameriere è tra il divertito e l’impaziente: la sala si sta riempiendo di avventori e qualcuno dimostra di essere particolarmente impaziente di ordinare.
“Allora signore?” chiede.
Lo guardo ormai all’estremo delle forse. Cedo e lascio che si compia il mio destino. Così dopo una quindicina di minuti compaiono davanti a me le lasagne al forno che detesto, idem lo spezzatino, la parmigiana poi un attentato alla mia gastrite: i peperoni arrostiti. Li adoro, ma mi tornano sempre su. Lei intanto sembra un pozzo senza fondo. Ingurgita tutto quello che il cameriere le porta davanti con una voracità inaudita; ogni tanto mi guarda e commenta: “Clotì! Non fare la difficile!! Se non ti piace a lasagna ti faccio portare un’altra cosa!!”
“BISTECCA E INSALATA!!” ribadisco testardamente.
“Mi devi spiegare come fai a mangiare queste cose che non sanno di niente!!” e chiama il cameriere per ordinare un’altra porzione di melanzane.
La cena finisce con l’ordinazione forzata di Memè di due coppe di panna cotta e nutella.
Alla fine di questa luculliana cena, il mio stomaco protesta vivamente.
ABBIAMO FINITO! FACCIAMO UNA PASSEGGIATA PER DIGERIRE!" le chiedo una volta nella hall dell’albergo.
“Davvero che mi stai dicendo?!" risponde accendendosi l’ennesima sigaretta “Io non ce la faccio più!!” me ne vado  a letto Clotì…ci vediamo domani!” La giornata è stata in effetti eccessivamente pesante, così non discuto nemmeno questa volta, anche perché non avrei più né forza né voce. La saluto e me ne vado a letto anch’io.
La mia stanza mi accoglie confortevole. Mi spoglio, mi lavo i denti e vado a dormire desiderosa di un sonno ristoratore. Ma i guai non sembrano ancora essere finiti: nella penombra, in dormiveglia, qualcosa mi passa davanti e va a posarsi sul mio letto. Spaventata, accendo la luce.
Orrore! Un animale di una certa dimensione, marrone, con le ali, viscido e orrendo è davanti a me, poi un altro ad ali spiegate attraversa la stanza alla volta del bagno.
Dimentico tutto ciò che riguarda educazione, signorilità e bon ton: la mia bocca si apre in un urlo disumano. Sono immobilizzata dal terrore e dal disgusto. Dopo qualche secondo miracolosamente mi squilla il telefono.
“Aiuto” urlo nella cornetta senza nemmeno chiedere chi sia, ma anche questa volta qualcuno sembra venirmi in aiuto: al telefono è il portiere dell’albergo. Mi ha chiamato perché il signore della stanza accanto si è spaventata sentendo un urlo disumano venire dalla mia stanza.
“Tutto bene signora?” mi chiede.
“Proprio per niente!!!" protesto “Ma come è possibile che in un albergo ci siano bestie del genere! È inammissibile!!” e furiosa gli spiego la situazione.
“Non si preoccupi signora!” cerca di tranquillizzarmi lui, mentre io guardo inorridita quelle bestiacce col terrore che mi saltino addosso “…sono solo blatte volanti!! Non fanno assolutamente nulla!!!” poi mi lascia assicurandomi che manderà subito qualcuno.
“La ringrazio" rispondo stizzita. Chiudo e aspetto col terrore negli occhi, in camicia e con i capelli scompigliati che arrivi quel qualcuno, mentre quelle bestiacce ogni tanto svolazzano qua e là per la stanza.
Dobbiamo purtroppo lasciare la nostra povera donna Clotilde nella sua stanza e, se il lettore avrà un tantino di pazienza, tra una settimana (scioperi e imprevisti permettendo), sapere come andrà a finire questa movimentata gita a Soverato.[/spoiler]

Nota: Ogni riferimento a persone, cose o fatti realmente accaduti è puramente casuale. I personaggi e le storie narrate sono frutto della pura immaginazione dell'autrice. Si declina ogni responsabilità.

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