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Tutti assolti, nessuno assolto

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Dopo la sentenza del tribunale di Paola, che ha assolto proprietario e dirigenti dell’azienda Marlane di Praia a Mare dall’accusa di omicidio colposo, lesioni gravissime, omissione dolosa di cautele sul lavoro e disastro ambientale, si grida allo scandalo. Alcuni partiti politici, sindacati e associazioni ambientaliste si dichiarano sgomenti perchè la ricerca dell’ennesimo capro espiatorio non è andata a buon fine.
L’abitudine di noi calabresi è sempre la stessa, quella che da 150 anni a questa parte ci consente di recitare il ruolo di vittime, di ricercare le responsabilità sempre altrove, lontane da noi stessi. Se i proprietari fossero stati condannati molti altri sarebbero stati assolti e ciò che spaventa adesso e che manchi il capro espiatorio su cui riversare tutte le responsabilità di questa vicenda. Quando tutti sono assolti nessuno è assolto.
La fabbrica Marlane fu impiantata in Calabria, come tanta altra merda simile al Sud (penso alla Pertusola di Crotone, all’Ilva di Taranto, all’Italsider di Bagnoli etc.) negli anni ’60 con i fondi della Cassa per il Mezzogiorno, ovvero quando si decise per legge l’industrializzazione forzata del Sud Italia, per fortuna mai riuscita. L’operazione avvenne, come le altre, col consenso di tutti, istituzioni e cittadini. Il conte Rivetti che la realizzò venne accolto come un benefattore, arrivato in questa terra per definizione povera, ufficialmente per darci pane e lavoro in realtà per fare la sua parte nell’attuare una politica neo-colonialistica che tutt’oggi prosegue e che ha lasciato solo inquinamento e devastazione.
In verità l’operazione scatenò le ire dei parlamentari meridionali del tempo, ma non per le ragioni appena dette, ma perchè l’uso di questi fondi veniva fatto per finanziare gli imprenditori del nord e non quelli del sud, secondo il classico schema campanilistico e utilitaristico che ci ha sempre contraddistinto.
Lo scandalo dunque non è nell’assoluzione, chi conosce il funzionamento dei processi sa che la verità processuale (cioè quella che emerge nel corso del processo) non coincide mai con la verità vera. Lo scandalo, semmai, è che sono tante le Marlane che vengono proposte ancora oggi in questa regione e che sono ancora troppo pochi i cittadini e le istituzioni che vi si oppongono in nome dell’occupazione e dello “sviluppo”. L’esito (non tanto processuale) di certe vicende spesso sembra non aver insegnato nulla ai calabresi.
Qualche giorno fa sono stato invitato a partecipare, a Lamezia Terme, ad un incontro indetto da un gruppo di associazioni (ambientaliste, culturali, ecc.) al quale hanno preso parte, oltre agli organizzatori, sindaci, sindacalisti, imprenditori e cittadini che si oppongono alla realizzazione di ben 8 “parchi eolici” sul gruppo montuoso Mancuso-Reventino-Tiriolo-Gimigliano. Pare, infatti, che in tutto il territorio regionale siano stati autorizzati altri 56 parchi eolici, tra cui quelli ricadenti sul Reventino, così come sarebbe in progettazione una centrale termoelettrica nella zona di Maida a circa 1 km di distanza dal centro commerciale Due Mari e chissà quanti altri progetti del genere stanno per essere posti all’attenzione della nuova amministrazione regionale. L’impressione è che qualcosa si stia muovendo, l’incontro era affollato, ma siamo ancora ben lontani dalla giusta consapevolezza. Nel corso dell’incontro ho affermato, così come scrissi in più occasioni tempo fa su questo blog, che occorre una volta per tutte decidere su cosa vuole scommettere e investire questo territorio, su quali asset economici incentrare il proprio progresso sociale e culturale. E che tale scelta spetti non, come erroneamente si è portati a credere, alla partitica (che a corto di idee e di fondi attende i neo-colonialisti come una manna dal cielo per raddrizzare i propri bilanci) ma agli imprenditori illuminati e ai cittadini residenti che, se cominciassero (o continuassero visto che l’incontro di Lamezia è stato un esempio di come ciò possa avvenire) a dialogare, potrebbero pianificare una strategia di sviluppo del proprio territorio da imporre alla politica perchè se ne faccia strumento di attuazione. In assenza di tale scelta continueremmo a prestarci, come abbiamo fatto fino ad oggi, ad ogni sorta di tentativo messo in atto dai grandi poteri economici in accordo con la partitica che sbavano alla ricerca di territori poveri, con carenza occupazionale e incapaci di scegliere, che non ereggono barriere all’avanzata del profitto a tutti i costi.
Per combattere tutto questo occorre utilizzare la loro stessa arma: il denaro. L’ambientalismo romantico ha fatto il suo tempo e la storia ci ha dimostrato essersi rivelato inefficace oltre che sterile. La difesa di un territorio non deve essere l’obiettivo di alcune campagne ma la conseguenza di alcune scelte che ne determinano il suo futuro. I territori che respingono i neo-colonialisti e che registrano i maggiori trend di crescita sono territori che hanno già deciso, che hanno già compiuto scelte economicamente strategiche basate su agricoltura, turismo, arte, cultura e tecnologia al servizio di tutto questo. Non c’è posto per altro che non sia coerente con queste scelte, perchè metterebbe a repentaglio innanzitutto l’economia e l’occupazione poi la salubrità del territorio e il paesaggio. Riuscire ad utilizzare il denaro come un cavallo di Troia per introdurre temi come la bellezza, lo stupore, il paesaggio, la natura. E’ questa la sfida, innanzitutto culturale, che ci troviamo davanti e che vale la pena veramente di cogliere e di rilanciare.

Massimiliano Capalbo 
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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