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Isolare il malato: individualizzazione della malattia ed induzione della colpa.

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La nostra società iperliberista ha scaricato sul singolo le responsabilità che erano proprie dello Stato. Salute, istruzione, giustizia, sicurezza oggi non sono più appannaggio dell’Istituzione ma sono devolute a ciascuno di noi che viene costretto a barcamenarsi alla meno peggio nel proprio quotidiano.
In questo contesto, la malattia è divenuta un fenomeno individualizzante come pochi.
Chi si ammala deve provvedere da solo alle sue cure, spesso affrontando le carenze che il sistema pubblico presenta con sempre maggiore frequenza. Diventa, pertanto, carico individuale del malato dover attendere alla propria sopravvivenza.
Non si tratta di una coincidenza ma di un disegno ben preciso per favorire la sanità privata e per mettere la persona in una condizione psicologica di sudditanza verso l’autorità: se vuoi la prestazione o paghi o devi chiedere il favore al politico.
Nel mentre, si è diffuso un sentimento di colpevolizzazione del malato. Se ti sei ammalato è colpa tua, colpa dello stile di vita, della scarsa cura del tuo benessere, di ciò che mangi. In parte è vero. Soprattutto per le malattie “sociali” come HIV o alcune patologie cardiache o metaboliche che risentono pesantemente di come ciascuno interpreta la sua vita.
In parte è una grande bugia. Soprattutto per quanto riguarda le malattie tumorali.
Ciò che, spesso, non viene detto è che il tumore ha origine ambientale. Inquinamento, smog, scarichi abusivi, discariche, industrie, centrali elettriche, scarti di produzione agricola sono fattori scatenanti di una patologia neoplasica. In questi casi, però, la colpa della malattia è da attribuire a qualcun altro che non sia il malato: l’industriale senza scrupoli, il malavitoso che lucra sulla salute altrui, il pubblico ufficiale che non controlla. Magari sono tutti e tre la stessa persona o parte dello stesso sodalizio criminale. Non c’è nessuna convenienza, quindi, che si sparga la voce che la malattia è dovuta a “cause ambientali”. Molto meglio far venire al malato sensi di colpa: è colpa tua se ti sei ammalato.
La colpa porta con sé la vergogna. La vergogna induce solidutine ed isolamento. Solo ti ammali, solo ti curi e solo muori.
Questo è il motivo per cui in Calabria stanno morendo in migliaia per patologie tumorali ma questa massa di calabresi (si considerino i familiari e gli amici dei malati) non si muove, non si considera e non si vede come un vero e proprio partito politico dominante con i voti sufficienti a togliere di mezzo i soliti volti della politichina festaiola che chiude gli ospedali, fa finta di non sapere che le acque pubbliche (per chi non lo sapesse l’acqua è pubblica) sono inquinate, che le discariche abusive ci sono e che quelle non abusive percolano.
La solitudine della malattia ha un senso, dunque. Il senso dello status quo e del silenzio. Il senso di una consapevolezza che non si vuole che nasca e di un ecatombe che fa felici solo le agenzie funerarie.
Se il malato trovasse la forza di mettere in rete la sua malattia, la sua sofferenza e la sua voglia di vivere sarebbe una rivoluzione sociale di portata storica. Si inizierebbe a guardare il territorio con occhi diversi, gli occhi di una collettività attenta e consapevole, si inizierebbe a concepire la sofferenza come un passaggio, un valore da condividere e distribuire per trovare altri che sappiano sostenerla, si inizierebbe a non dismettere ciò che appartiene a tutti e che, finora, abbiamo lasciato nelle mani delle Istituzioni. Collettivo e pubblico non sono la stessa cosa, facciamoglielo capire.
Se c’è fierezza nell’essere uomo, essa sta nel saper trarre esperienza dalla contrarietà e saperla rendere pubblica conoscenza. Se c’è dignità nella malattia, essa non sta nel morire in silenzio ma nel rendere questo percorso uno scalino in più per elevare l’umanità degli altri malati e di tutti coloro che potrebbero diventarlo.
Non è più tempo per la colpa. È tempo per la condivisione. È tempo di occhi nuovi per nuove prospettive, anche nel dolore.

Nuccio Cantelmi
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito www.ereticamente.it 

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