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Quell’ideologia che ci rende tutti uguali

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Apro un link condiviso su FB da un amico e scopro quello che mi avevano nascosto fino ad oggi. Ovvero che c’è stato un Intellettuale (con la I maiuscola) in Italia, che risponde al nome di Goffredo Parise, che aveva capito tutto molto prima di noi e aveva tentato inutilmente di metterci in guardia. Un intellettuale mai laureato, un eretico ante litteram che da oggi in poi sarà certamente un mio mentore (e mi auguro anche quello di altri eretici) nel percorso che sto compiendo per raggiungere l’illuminazione.
Quel link mi ha suggerito un libricino, “Dobbiamo disobbedire”, edito da Adelphi, una raccolta di articoli di Goffredo Parise pubblicati sulla seconda pagina domenicale del Corriere della Sera, tra il 1974 e il 1975, all’interno di una rubrica dedicata al dialogo con i lettori. In uno di questi articoli intitolato “Il rimedio è la povertà” Parise lascia alla società post-moderna il suo testamento. Un manifesto per l’esercito degli eretici che sta rivoluzionando e rivoluzionerà la Calabria nei prossimi anni. Nell’articolo Parise descrive un Paese, l’Italia, diviso dalle contrapposizioni ideologiche ma unito nel consumismo, la nuova ideologia emergente che sarà destinata, di lì a poco, a plasmare stili di vita e comportamenti degli italiani (e non solo) e a mettere d’accordo destra e sinistra, capitalisti e comunisti/socialisti. “Povertà non è miseria – scrive Parise – come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è comunismo come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è un’ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua.” In altre parole la misura personale e privata da contrapporre alla dismisura dei sistemi propugnati fino ad oggi. “Quel che fate lo fate a dismisura – scriveva Jean Giono – perchè stupirvi, dopo, dell’insensatezza e del disordine che ne sono le logiche conseguenze?” La corsa al consumismo ha cambiato l’Italia e gli italiani e Parise ne aveva avvertito il pericolo. Il risultato finale di questo processo involutivo è la corruzione che invade e permea le attività pubbliche e private, istituzionali e non, di questo Paese. Il desiderio di possedere sempre di più, di anelare ad una ricchezza materiale, fatta di beni e lussi, accomuna tutti: onesti e disonesti, giudici e imputati, politici ed elettori, religiosi ed atei, docenti e discenti, ricchi e poveri, bianchi e neri, maggioranza e opposizione, guardie e ladri. Il consumismo è l’unica ideologia capace di renderci tutti uguali, il centro commerciale è il tempio dove il rito si consuma quotidianamente, dove acquistare il surrogato delle relazioni: i beni materiali. La meta finale del nostro anelare quotidiano e la causa della nostra, ormai cronica, insoddisfazione.
Perchè nessuno mi ha mai parlato di Parise? Perchè a scuola non me l’hanno fatto leggere? Perchè in tv non se ne parla? Perchè ho dovuto scoprirlo per caso? Perchè questa è una nazione i cui abitanti sono allevati e cresciuti, oltre che come gli orsi allo zoo, come gli ultras allo stadio, una nazione dove chi non si schiera e non prende parte e partito non è degno di esistere, chi non entra nel recinto, nell’arena, per combattere contro un nemico (che il più delle volte è uno specchietto per le allodole) non ha diritto di parola. Una nazione fatta di carrieristi senza carriera, senza reputazione. Basta mettersi in fila e attendere, ubbidientemente, il proprio turno per acquisire il diritto di esistere. E’ sempre Parise a descriverci il grigiore del carrierismo che ha segnato un’intera generazione, quella dei suoi compagni di classe o dei suoi amici: “Tutti quelli che hanno fatto carriera politica venivano giudicati da noi ragazzi “falsi”. Cioè non erano sinceri, nemmeno da ragazzi, nè impetuosi nè disordinati e nemmeno sportivi. Erano evasivi, non passavano il compito, o lo passavano ad altri che poi hanno fatto carriera politica minore. Si sono sposati tutti molto presto, e abitavano in case grigie, con mogli grigie e figli grigi. In questo grigiore, le mogli li guardavano come geni (soprattutto, aggiungo io, se potevano finalmente darsi al consumismo sfrenato grazie ai lauti compensi percepiti dai mariti), e lo erano, perchè, infatti, hanno fatto carriera politica.”
“La povertà – ci ricorda Parise – è un segno distintivo infinitamente più ricco della ricchezza” infinitamente più colorato e proprio perchè tale va tenuta come un bene personale, privato, non va sbandierata ma deve contraddistinguere il nostro modo di agire e di vivere, perchè è solo cambiando i nostri desideri (e di conseguenza il nostro agire) che potremo cambiare anche il desiderio e l’agire degli altri.

Massimiliano Capalbo 
Fonte: Questo lavoro è tratto interamente dal sito  www.ereticamente.it 

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